La malvasia di Candia di Eremo Tuscolano

La malvasia di Candia prende il nome dal luogo d’origine più accreditato, l’isola di Creta (antica Candia), non lontana dalla regione dell’Argolide nel Peloponneso da dove provenivano le cosiddette malvasie, note ai veneziani già al tempo delle crociate.

Sempre nel Peloponneso si trovava la città greca che diede nome alle malvasie: Monembasia o Monenvasia o Monenvaxia, il cui significato letterale è unico accesso. Era un porto strategico per il mercato dei vini che finì sotto la signoria di Venezia dal 1463 e vi rimase per circa un secolo.

Andrea Bacci (1524-1600) scriverà nel suo De Naturali Vinorum Historia a proposito della malvasia di Candia, detta vino Cretico, che l’isola di Creta era ricca di fertilissime campagne per il clima “oltremodo felice” e di vastissimi vigneti di quali si otteneva una “raffinata produzione di vini”.

L’ampelografia delle malvasie ha interessato nei secoli, dal 1300 in avanti, una gran quantità di studiosi tra i quali, a parte il Bacci, Cosimo Trinci, Giuseppe di Rovasenda, Girolamo Molon, Giovanni Dalmasso. Di quest’ultimo è riportato un pensiero indicativo sulle malvasie: “Se dovessimo anche solo elencare tutti i vitigni che più o meno legittimamente portano il nome di malvasia – e quindi cercar di stabilire quali hanno ragione di conservare questo nome e quali no- dovremmo occupare varie pagine senza sperare di riuscire nell’intento”. Probabilmente perché, tenendo fermo il nome che ormai era diventato famoso, una gran quantità di vitigni anche non ben identificati ma che davano vini da caratteristiche simili per profumi o gusto, venivano chiamati “malvasia” a garanzia di una migliore commercializzazione e una più semplice identificazione.

Il tempo, gli studi e la pratica hanno aiutato a fare chiarezza per cui è possibile isolare da gruppo delle malvasie quella iscritta come malvasia bianca di Candia nel Registro Nazionale delle Varietà che, ben identificata, è la malvasia maggiormente coltivata in Italia.

La pianta presenta un germoglio di colore verde biancastro con ai margini richiami rosa o anche rossi; la foglia è grande e quinquelobata con nervature principali sulla pagina inferiore leggermente sfumate di rosa verso la base; il grappolo è grande, cilindro-conico, che spesso presenta delle vere e proprie ali di chicci d’uva nella parte superiore; l’acino è di media grandezza, rotondo, con buccia sottile e consistente di colore giallo-dorato, spesso con screziature o punteggiature di color marrone.

Il vitigno è di buona vigoria e rusticità, con maturazione medio-tardiva, e determina la base del Frascati Superiore, anche quindi dell’Eremo Tuscolano di Mario Masini.
Il suo contributo è determinante per l’aromaticità del Frascati, seppur leggera ma caratterizzante, e regala al gusto un sapore lievemente amarognolo in un contesto segnato in ogni caso da una buona dose di morbidezza.

[Fonte: Dei vitigni italici ovvero delle loro storie, caratteri e valorizzazione, Antonio Calò e Angelo Costacurta, Matteo Editore, pagg. 310-328]

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