Rocca delle Macìe, o la ricerca del terroir in tre espressioni di Chianti Classico annata 2016

Fonte: The Catcher in the Wine
Il Wine Blog di Luciano Fiordiponti
Sergio Zingarelli e la sua famiglia mi perdoneranno, ma non sono in grado di cominciare a parlare di Rocca delle Macìe senza partire dal fondatore. E non posso parlare del fondatore, Italo Zingarelli, il padre di Sergio, senza partire da una maglietta lacerata color avorio, una treggia legata ad un cavallo che procede pigramente ed una padella di fagioli. Se ancora non ci siete arrivati vi guarderò male per tutto il resto del post. Era il 1970 e, fra le altre cose, usciva al cinema “Lo chiamavano Trinità…”, iconico film con Bud Spencer e Terence Hill. Il produttore di quel capolavoro era Italo Zingarelli: anche solo per questo, un imperituro ringraziamento .

Tornando alla materia enoica: la Tenuta Le Macìe, a Castellina in Chianti, venne acquistata da Italo nel 1973, molto prima che la zona diventasse ‘Chiantishire’, con due ettari vitati sui 93 totali (oggi il conteggio degli ettari, tra Chianti e Maremma, si attesta a 500, con 200 ettari vitati). Nel 1985 Italo viene affiancato dal figlio Sergio, l’attuale presidente dell’azienda, e dalla figlia Sandra. L’azienda negli anni cresce sempre più fino a raggiungere le dimensioni attuali, in termini sia di ettari vitati e di etichette prodotte, che di reputazione e prestigio nel panorama vinicolo italiano.

Fin qui quello che molti conoscono o che possono ritrovare tramite una mirata ricerca internettiana. È questo il momento in cui mi vado a stagliare dalla massa [sguardo alla Sig. Burns]: grazie a Rocca delle Macìe e Rosanna Ferraro ho potuto assaggiare tre diversi Chianti Classico annata 2016: una Riserva e due Gran Selezione. L’occasione è quanto mai ghiotta per tirare il collo a tre bottiglie contemporaneamente: confrontare tre diversi vini 100% (o quasi) sangiovese, provenienti da tre diversi vigneti e con piccole variazioni dal punto di vista produttivo. Vado ad elencare i vini:

  • Chianti Classico Riserva DOCG “Sergioveto” 2016
  • Chianti Classico Gran Selezione DOCG “Riserva di Fizzano” 2016
  • Chianti Classico Gran Selezione DOCG “Sergio Zingarelli” 2016

E solo per le prime venti telefonate elencherò anche i rispettivi terreni di provenienza:

  • Vigneto Pian della Casina, località Le Macie: altitudine media 365-340 slm, terreno franco, molto calcareo e ricco di scheletro (una gragnola di alberese); sabbia 38%, limo 39%, argilla 23%.
  • Vigna del Crocino, località Fizzano: altitudine media 280-300 slm, terreno franco-sabbioso; sabbia 64%, limo 15%, argilla 21%.
  • Vigneto le Terrazze, località Le Macie: altitudine media 330-340 slm, terreno franco-argilloso, molto calcareo e ricco di scheletro; argilla 35%, limo 37%, sabbia 28%.

Dunque abbiamo due vigneti che distano l’uno dall’altro qualche centinaio di metri ed uno (vigna del Crocino) distante una decina di km dagli altri due. Vigna del Crocino, lo abbiamo visto, ha terreno prevalentemente sabbioso. Degli altri due vigneti, piuttosto vicini, ci si aspetterebbe una sostanziale coerenza ma, come si vede dalle percentuali, le quote di sabbia ed argilla sono praticamente invertite tra il vigneto Pian della Casina e il vigneto le Terrazze. D’altra parte siamo nel Chianti e al di sopra di quelle dolci colline un tempo c’era il mare, Pliocenico mi dicono dalla regia. E, che io sappia, il mare non se ne sta fermo e buono ma ondeggia, oscilla e, quando si ritira, lascia sedimenti sparsi a casaccio e non secondo una logica precostituita. Con una risposta del genere sulla grande variabilità dei terreni del Chianti, ad un’interrogazione la sufficienza la strappate, garantito.

Un paio di parole l’annata la meriterebbe: il 2016 è cominciato sotto il segno di un inverno piuttosto mite, cosa che ha anticipato il risveglio delle viti con i primi germogli che hanno fatto capolino ad inizio aprile. L’anno è proseguito sui binari del tepore e della scarsità di piogge, se non verso la fine di agosto e a metà settembre (come dicono gli uomini-meteo: “piogge qua e là”). Le uve destinate ai tre vini esaminati sono state vendemmiate in un arco di tempo che va da fine settembre a metà ottobre.

E finalmente arriviamo ai succhi della questione. Direi di cominciare subito con il Chianti Classico Riserva DOCG “Sergioveto” 2016, un 100% sangiovese proveniente dal vigneto Pian della Casina. La fermentazione alcolica è durata 8-10 gg + 15 gg di macerazione post-fermentativa; malolattica in cemento e affinamento 24 mesi in botti di rovere francese da 25-35 hl, più almeno 12 mesi di bottiglia prima del rilascio.

Nel calice si presenta di un bel rosso rubino sulla strada per il granato. Al naso la primissima nota è di boero (cioccolatino Mon Cherì per i meno sofisticati) ed una bella balsamicità, seguite da lampone e da un delicato sottobosco, con cenni di violetta appassita. La speziatura rivela note di vaniglia, di leggera noce di cocco, di chiodo di garofano e una bella manciata di pepe nero. Chiude una bella sfumatura di tabacco dolce e caffè.

Il sorso ha sapore intenso, fresco, giustamente tannico e di sapidità apprezzabile, austero, morbidezza ancora defilata, un sensibile amarore conduce al finale di bocca, molto lungo e con ritorni fruttati, speziati e tostati.

Passiamo al secondo vino, il Chianti Classico Gran Selezione DOCG “Riserva di Fizzano” 2016, dove al sangiovese (90%) si aggiunge un saldo di colorino (10%). Le uve sono state raccolte nella vigna del Crocino, dove il terreno è il più sabbioso dei tre, per intenderci. Anche in questo caso la fermentazione alcolica si è protratta per 8-10 gg + 15 gg di macerazione post-fermentativa; malolattica in cemento e affinamento 24 mesi parte in botti di rovere francese da 25-35 hl e parte in barriques, più almeno 12 mesi di bottiglia prima del rilascio.

Il colore del Riserva di Fizzano è uno splendido rosso rubino, con un accenno leggero di granatura (o di granatina? Di grananza, via). Le note olfattive sono appena più dolci del Sergioveto, la frutta è più matura e a bacca nera (more, mirtilli ed amarene), il pepe nero è presente così come più percettibile è la nota vanigliata. Il profilo olfattivo è completato da cacao amaro, pelle conciata e gomma.

In bocca la freschezza è meno percepita mentre accentuato è il sentore amaricante, che chiede a maggior voce un accostamento mangereccio. C’è grande intensità, grande sapidità e un tannino più attenuato, sempre paragonandolo al Sergioveto. Tutto sommato il vino risulta più severo e meritevole di un altro po’ di tempo spaparanzato in cantina a smussare qualche residua asperità. Finale di bocca molto lungo, che richiama la frutta e la radice di liquirizia.

Concludiamo in bellezza (come se fino ad ora avessimo bevuto vino e gassosa) con il Chianti Classico Gran Selezione DOCG “Sergio Zingarelli” 2016. Sangiovese in purezza raccolto nel vigneto le Terrazze, il dirimpettaio più argilloso del vigneto Pian della Casina. La fermentazione si è protratta per 10 gg + 18 gg di macerazione post-fermentativa; malolattica in cemento ed affinamento per 20 mesi in botti da 25 hl di rovere francese, metà delle quali nuove, concludendo con ulteriori 20 mesi di riposo in bottiglia.

Nel calice il vino è anch’esso rosso rubino con un bel riflesso granato sul bordo. Il naso cattura l’attenzione: la frutta ritorna ad essere a bacca rossa (tanti lamponi e ciliegie) e matura, quasi in confettura; speziatura di vaniglia, noce moscata, pepe rosa e semi di coriandolo; splendide note di rosa e di geranio; humus, sentore ematico, scatola di sigari, cuoio e cioccolato fondente; grandissima balsamicità di eucalipto. Un bouquet elegantissimo.

Il sorso è il più gentile e meno austero dei tre, stante la grande freschezza e la nota amaricante; buona sapidità, tannino più percettibile ma di ottima fattura, intensità magnifica e lunghissima persistenza gusto-olfattiva con ritorni di fruttati e di cacao amaro.

Ordunque, le conclusioni: potendo assaggiare i tre vini in rapida sequenza, andando in ordine e poi al contrario e poi a casaccio, il primo grande traguardo è il mantenimento del rapporto di amicizia con la forza di gravità (sono pur sempre tre vini da 14,5% di alcol). In secondo luogo, e magari soprattutto, ho potuto riflettere su come davvero un terreno possa incidere sul vino.

Dal punto di vista produttivo i tre vini hanno subìto una lavorazione tutto sommato simile, e il 10% di colorino nel Riserva di Fizzano non credo possa avere un peso enorme sensorialmente parlando. La teoria della degustazione dice, in linea di massima, che terreni prevalentemente sabbiosi daranno vini dai profumi più fini e più poveri di estratto e che i vini da terreni a prevalenza argillosa saranno più potenti ed aromatici.

La pratica di questa degustazione ha esibito un Riserva di Fizzano dal sorso più snello e riservato dei tre, nonostante il passaggio in barriques. Il suolo a prevalenza sabbiosa ha forse contribuito ad una maggior ‘sottigliezza’ sia del corredo olfattivo che del corpo del vino, sempre in paragone con gli altri due esemplari.

I due condomini invece, il Sergioveto ed il Sergio Zingarelli, hanno molti punti in stretta comunanza (la frutta rossa, le note floreali, la balsamicità accentuata), eppure ci sono alcune piccole differenze in cui certamente il terreno ci ha messo lo zampino americano. Uno su tutti il corpo del Sergio Zingarelli, più forzuto del Sergioveto, e qui risponde “presente” la quota di argilla in più. Quota che ritengo entri in gioco anche nella sua minore austerità gustativa, caratteristica questa poi affatto impensierita dal tannino più percepibile dei tre vini (ipotizzo che il maggior tannino sia dovuto più ai giorni di macerazione e all’uso di botti nuove che ad un effetto del suolo).

Questo è ciò che adoro del vino: la capacità che una stessa uva ha di reagire diversamente a seconda di dove le fanno affondare le radici, restituendo nel bicchiere il territorio da cui proviene. Se si confrontano vini ‘fratelli’ e si limitano le variabili il più possibile, la differenza la va a fare il terroir, concetto sintetizzabile brutalmente con il terreno, il clima, l’esposizione e la mano dell’omino che si spacca la schiena appresso a quelle viti. Non c’è altra bevanda che sia così potente e nobile, neanche a starla a cercare, è tempo perso.

[Fonte The Catcher in the Wine, Il Wine Blog di Luciano Fiordiponti]

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