Wine Paris 2026: è Parigi, bellezza!

La Fiera prima di tutto, ovviamente, una Wine Paris 2026 da poco conclusa che
festeggia grandi record per numero di visite, organizzazione, idee nuove e speranze
per il futuro. Ottimo veramente, e se ne è già parlato molto. Ma c’è dell’altro.

Durante la Fiera, commenti e riflessioni tra produttori e addetti vari ai lavori erano farciti da numeri e statistiche, nuove annate, mercati, (ne troverete a iosa in tanti articoli) ma alla fine, dopo che ciascuno aveva detto la sua, su un’idea erano tutti d’accordo: sei a Paris!

LA CITTA’, OLTRE IL VINO

È la Ville Lumière che con il suo fascino accoglie il popolo del wine/no wine nella normalità della città, una sensazione di piacevolezza e comodità che rendono liberi dal ricatto dei costi triplicati per l’occasione dagli alberghi, dalla carenza di alloggi che costringono ad allargare la ricerca di un letto a chilometri di distanza, dai trasporti inesistenti e dai parcheggi introvabili, e da tutti gli altri disagi che vengono registrati nelle altre grandi fiere, da Dusseldorf a Verona, laddove la prima viene data ormai in agonia, mentre per la seconda si auspica sempre qualche cambiamento (ma se ne richiedono molti) che la faccia tornare in auge, e non solo per campanilismo.
Poi -siamo professionisti, ma la sera siamo donne e uomini alla ricerca di un po’ di relax– ci lanciamo in libertà e senza ostacoli alla conquista di un plateau d’huîtres-vinaigrette à l’èchalote, di un sofisticato foie gras, di aristocratici macaron e di burrosi croissant (in virtù dei quali si sorvola anche sul caffé); di una visita al Louvre o al Quai d’Orsay (forse, c’è poco tempo), o alla ricerca dell’eleganza delle vetrine dei boulevards o di uno shopping esclusivo, perché no, già che ci siamo.
Insomma, a Parigi c’è vita oltre il vino, e la Francia lo sa.

Perché, c’è da domandarsi, al netto della location, Wine Paris è veramente il nuovo astro, la panacea che risolve i problemi del mondo del vino?

LA FIERA, DENTRO IL SUO SPAZIO

Bell’idea la suddivisione degli espositori in tre macrocategorie tematiche:
il Be No – sans alcool/nouvelles alternatives, per una consumazione durable et soucieuse de la santé che rispetto a due edizioni precedenti ha raddoppiato il numero degli espositori tanto che la Fiera gli ha dedicato un ampio spazio nel padiglione 2. Una proposta ampia per capire veramente lo stato delle cose.

***Ben disposta razionalmente verso chi beve dealcolati, mi sono lanciata in una serie di assaggi nello spazio di degustazione libera. Sono arrivata ad assaggiarne 36 di fila (tanto non c’è alcool!), e tra aziende di varie nazionalità presenti, ho cercato di capire (a livello organolettico, il business è un’altra cosa) cosa esprimono: dal succo di mela frizzante e acidulo al pollaio ho sentito di tutto. Di bevande gradevoli non molte.
Con animo contrito (dal latino stritolato), mi sono arresa e sono andata oltre.***

Il successone era evidente nell’area Be Spirits, lo spazio dedicato ai distillati e al
mondo della mixology. Un paradosso col mondo dei no alcool. Un successo che sottolinea quanto risulti solo il vino il nemico della salute, mentre il superalcolico, sotto qualunque forma, ne è dispensato come fosse il fratellino impertinente al quale tutto è permesso.

***Ad entrare nella sezione del Be Spirits colpiva la differenza tra l’atmosfera giocosa e curiosa molto inclusiva e priva di formalità che serpeggiava tra gli stend, insieme alle animate discussioni che si susseguivano, con quella ancora paludata e formale del settore del vino. E credo proprio che questo sia un punto importante su cui riflettere.***

IL CUORE PULSANTE, MA NON TROPPO

E finalmente eccolo qui, il Wine Paris: Il cuore della fiera dedicato ai vini tradizionali.
Grandi stand colorati, ma un po’ più democratici di un Vinitaly, ad esempio, dove non troneggiano torri merlate o muri invalicabili con buttafuori dall’aria torva all’ingresso; tanto mondo parlato in tutte le lingue; il solito passaggio da banchi affollati (ma raramente presi d’assalto, d’altronde siamo professionisti) a tristi e solitari produttori persi nel display dei loro telefonini: alla fine della fiera il film visto da fuori sembra essere quello di tutte le Fiere. Di Italia ce n’è un po’ ovunque, oltre 1.350 espositori, quasi quintuplicati rispetto al 2019, distribuiti per ora su tre padiglioni. Ma l’Italia ci crede.

***E poi c’è quello che secondo me è stato uno specchietto per le allodole: ad attirare molto i produttori è stata una piattaforma con la possibilità di contattare e prendere appuntamento con tutti i buyer invitati e presenti. Ma a sentire i produttori, le tante mail di contatto inviate si sono risolte con pochi appuntamenti. Ed infatti bisogna fare attenzione al rapporto espositori-buyer: la Fiera continua a crescere, ma non i buyer internazionali che, alla fine, sono sempre gli stessi, e se la Fiera continuerà ad avere più presenze diventerà sempre più difficile il giusto rapporto tra domanda e offerta. “La coperta è quella -ha detto il responsabile vendite di una grande azienda- se la tiri da una parte ti scopre dall’altra, ergo, più produttori aumentano, meno ce ne sarà per tutti”. ***

E ancora, la critica al padiglione 2 -etichettato in termini estetici come un sottoscala- dove sono state relegate molte aziende italiane, anche blasonate (c’era pure tanta Franciacorta) in coabitazione con i dealcolati: tendenza del momento, fanalino di coda, prepotenza su un concorrente? Difficile pensare che i francesi si affidino al caso.
L’anno prossimo all’Italia, pare, sarà dedicato un unico padiglione, il numero “1” ad oggi assente, ma anche un po’ distante dagli altri. Staremo a vedere.

SODDISFATTI O RIMBORSATI?

Insomma, per adesso più domande che risposte, tranne una considerazione: i produttori italiani vogliono reagire, rimboccarsi le maniche, almeno quelli che sono consapevoli che nei periodi di cambiamento non partecipare significa rischiare di rimanere al palo.
E poi, stai a vedere che la spinta per la contromossa non possa partire proprio da Paris.

Rosanna Ferraro

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Giornalista, Sommelier, ha lavorato al Gambero Rosso per oltre 10 anni come giornalista, degustatrice per la Guida ai Vini d’Italia, autore e regista dei servizi televisivi per il Gambero Rosso Channel, autore di libri su vino, cucina e turismo. Ha partecipato al progetto di rilancio del brand Franciacorta e nel 2006 ha fondato Vinotype, un’agenzia di comunicazione specializzata per le Aziende vitivinicole. Nel 2010 ha lanciato il magazine on line Vinotype.it.

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