Tenuta di Fiorano: mito e leggenda alle porte di Roma

Un articolo molto esaustivo e ricco di riferimenti sulla storia e sui vini di una delle Cantine vanto della nostra enologia:


Un paesaggio da Gran Tour e un vino diventato leggenda: il Fiorano, figlio della passione e della lungimiranza del Principe Alberico Boncompagni Ludovisi. La Tenuta ed i suoi vini affascinano illustri personaggi del mondo del vino, da Tancredi Biondi Santi a Luigi Veronelli. Oggi il Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi ne raccoglie il testimone. E il mito continua.

 “..Di quelli, Fiorano Rosso e Fiorano Bianco, che al primo assaggio ti incantano, entrano nella tua memoria e ti fanno per sempre migliore.” – Luigi Veronelli

“The greatness of Fiorano is a secret shared by a few” – Burton Anderson, 1980. Vino, Guide to Italian wine

IL LUOGO

Nel novero dei luoghi incredibili e segreti di Roma, entra senza dubbio la Tenuta di Fiorano. 200 ettari all’interno del parco dell’Appia Antica, tra pascoli, seminativo, frutteti e, ovviamente, vigne.

Da qui la città non è visibile. Lo sguardo si perde sui pigri pendii dei Colli Albani e I pini marittimi spezzano di tanto in tanto, la continuità dell’orizzonte.

I colori sono quelli dei dipinti degli autori della Campagna Romana, tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Se fosse un film, la regia sarebbe di Luigi Magni. C’è una luce incredibile a Fiorano, che rende la Tenuta un luogo senza tempo, un’opera d’arte: sintesi e rappresentazione di memorie ed emozioni.

LE ORIGINI

Il vino a Fiorano si produce fin dal 1930. La proprietà è di Francesco Boncompagni Ludovisi, nome importante nella nobiltà romana, con due papi in famiglia, già ministro e senatore, nonché governatore di Roma dal 1929 al 1935.

Ma il vero inizio per la storia del vino di Fiorano è il 1946. Francesco Boncompagni Ludovisi, sessantenne, passa il testimone dell’azienda all’ultimo dei suoi quattro figli[1], Alberico. Personaggio introverso, a tratti enigmatico, decide di cambiare radicalmente l’impostazione della produzione.

In una delle poche testimonianze scritte, riferisce: “consultai l’enologo dottor Giuseppe Palieri, il quale mi propose di innestare sulle viti di Fiorano il cabernet e il merlot alla proporzione reciproca del 50% e, separatamente, la malvasia di Candia e il sémillon per il vino bianco. Così feci subito e mi valsi del dott. Palieri finché visse [..]”[2].

Inizia una rivoluzione che sostituisce le vigne, presumibilmente di Trebbiano e Cesanese, per iniziare a scrivere una nuova gloriosa pagina del vino italiano.

GIUSEPPE PALIERI E IL BIOLOGICO ANTE LITTERAM

Giuseppe Palieri porta da subito una conduzione moderna, non interventista, ovvero priva di prodotti di sintesi per trattare le vigne.

L’idea di fondo è che tutto ciò che è necessario è già lì: un microclima favorevole, un suolo fertile e ricco di minerali di origine vulcanica, quali fosforo, potassio, zolfo, magnesio, rame, molibdeno, l’integrazione con gli allevamenti e le altre colture per la concimazione. Si anticipa una conduzione a ciclo chiuso, rispettosa dell’ambiente e sostenibile.

Ne è testimonianza una lettera di Alberico, all’amico Veronelli: “sono stato profondamente commosso della lettura del suo articolo che non solo elogia i miei vini di Fiorano ma informa della mia passione, ormai di 70 anni, per l’agricoltura nel rispetto totale della natura. Ella mi ha dato una prova che ho apprezzato fortemente soprattutto perché si è, per dir così immedesimata nel mio rispetto quasi religioso dell’ambiente cosmico nel quale l’umanità dovrebbe vivere ma profana sempre più e, nella maggior parte, con cruenta violenza […]”

Chi è Giuseppe Palieri? Se il tempo non gli ha reso la gloria che avrebbe meritato, la figura del dott. Giuseppe Palieri, è particolarmente intrigante per gli appassionati di vino e, in qualche modo, aggiunge fascino alla storia di Fiorano.

Giuseppe Palieri, pugliese di nascita, già direttore della cantina del principe Odescalchi a Bracciano, nel 1929 organizza e sviluppa l’intero ciclo produttivo della cantina di Maccarese, realizzata dopo un’imponente opera di bonifica e recupero agrario del litorale laziale. Il vigneto ricopre per circa 1.000 ettari e la tinaia del relativo stabilimento enologico aveva una capacità di 50-70 mila ettolitri.[3]

Ricercatore instancabile, vanta numerose collaborazioni tra cui la prestigiosa e antichissima cantina Barone Ricasoli, nel 1934. E’ citato in un interessante articolo “Varietà di viti a doppia funzione[4] di Vittorio Racah pubblicato nel Bullettino della R. Società Toscana di Orticultura nel 1935, in cui si riporta la sua posizione sulla coltivazione delle uve, suggerendo la possibilità di impiantare uve valide sia da tavola che per la vinificazione, soprattutto in relazione della vicinanza di centri abitati e quindi di un potenziale bacino di consumatori…

Segue nel sito https://www.degwineandspirits.com/2021/04/16/tenuta-di-fiorano-mito-e-leggenda-alle-porte-di-roma/

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Giornalista, Sommelier, ha lavorato al Gambero Rosso per oltre 10 anni come giornalista, degustatrice per la Guida ai Vini d’Italia, autore e regista dei servizi televisivi per il Gambero Rosso Channel, autore di libri su vino, cucina e turismo. Ha partecipato al progetto di rilancio del brand Franciacorta e nel 2006 ha fondato Vinotype, un’agenzia di comunicazione specializzata per le Aziende vitivinicole. Nel 2010 ha lanciato il magazine on line Vinotype.it.

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