Merende condivise tra i vigneti dell’Eremo Tuscolano

Cuccioli di cinghiale in cerca di uno spuntino tra i vigneti dell'Eremo Tuscolano

Il Parco dei Castelli Romani è un polmone verde che abbraccia tutti i comuni del Vulcano Laziale, incluso quello di Monte Porzio Catone.

Lassù, in cima alla collina che ospita il al Sacro Eremo dell’ordine dei monaci Camaldolesi di Monte Corona che risale al 1520, si intersecano anche i vigneti che danno vita all’Eremo Tuscolano.

Il fitto bosco contribuisce alla stabilizzazione di un particolare microclima che caratterizza questi vigneti che, nella parte più alta della collina, superano i 600 metri. Non è solo la bellezza di questa particolare quinta verde, ma anche la sua capacità di conservare il giusto equilibrio tra temperatura, umidità e protezione che ne fanno un bene prezioso. I vigneti sono stati ricavati su piazzole che si aprono e si mostrano come diamanti collegati da stradine bianche e difficili da attraversare con il terreno bagnato. Aree ventilate, ottimamente esposte, con terreni a tessitura vulcanica e quindi ricchi di minerali e nutrienti indispensabili per la vite, sono lontane chilometri e secoli dalle zone urbanizzate. Sono suoli incontaminati, terreni da sempre appartenuti alla Chiesa che non hanno mai conosciuto, prima dell’insediamento dei vigneti dell’Eremo Tuscolano, altra vita se non quella spontanea del Parco.

Una vita  che ha influenzato la nascita e tuttora influenza quella delle viti. Cinghiali e volpi si contendono i grappoli d’uva appena raggiungono la giusta maturazione. E diventa quasi un gioco, il rapporto con le maestranze che seguono il vigneto, scoprire quando le uve sono pronte per la vendemmia anche dalle presenze sempre più frequenti di cinghiali e volpi.

Per arginare le prevedibili passeggiate da parte degli animali dediti ad una “raccolta autonoma”, il vigneto è stato strutturato con un sistema di allevamento a cordone speronato “tenuto alto”, ossia a circa 1,50-1,60 metri da terra, che si lavora con cimature frequenti in modo da non far arrivare troppo in basso i grappoli quando sono pesanti e al giusto punto di maturazione. Ma non è raro che cinghiali e volpi riescano comunque a fare qualche merendina, guidati da un fiuto che li porta verso grappoli puliti, lontani come sono dallo smog  e da interventi dell’uomo.

I più sfrontati e disinibiti sono i piccoli di cinghiale, probabilmente consapevoli che lo stato di cucciolo addolcisce anche il più rigido dei contadini. Li ho visti io, condividere le loro merende perchè “sono troppo piccoli, all’uva non arrivano”. E vabbé preservare il Parco e i suoi animali, ma allora ditelo!

 

[Crediti foto:Rosanna Ferraro]

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