“Il rossese bianco, per saperne di più servono fondi per la ricerca”, Anna Schneider

Rossese Bianco

“Per saperne di più sull’origine del rossese bianco, così come su altri vitigni minori d’Italia, servono più fondi per la ricerca sul Dna”, la richiesta (l’ennesima) di Anna Schneider arriva durante il convegno “Conoscere e valorizzare i vitigni del territorio”, organizzato lo scorso 13 maggio dall’AIS Piemonte, per celebrare la VII Giornata Nazionale della Cultura del Vino e dell’Olio tra le mura del Castello Cavour di Santena, in provincia di Torino.

Anna Schneider è un’autorità nel campo dell’ampelografia nazionale e internazionale: ricercatrice del CNR, Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante e incaricata del corso di Ampelografia presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino.

Durante il convegno sono stati illustrati i vitigni più rari del territorio piemontese, quindi anche il rossese bianco, varietà diffusa in particolare nella zona di Monforte d’Alba, dalla quale l’azienda Amalia Cascina in Langa produce un Langhe Rossese Bianco Doc.

“Uno dei modi che abbiamo a disposizione per collegare i vitigni oggi coltivati con quelli del passato, coadiuvati dagli altri metodi storici, scientifici e di analisi del Dna, consiste nell’esaminare le immagini a disposizione nella letteratura ampelografica”, afferma Anna Schneider.

“Chi fa ricerca genetica e ampelografica deve collaborare con uno storico, confrontando diverse fonti, per individuare in maniera univoca quali sono le caratteristiche dei vitigni in esame. A partire dal Settecento, e più frequentemente dalla metà dell’Ottocento in avanti, in molti si cimentarono nei dipinti di grappoli e foglie, arrivando a riprodurre delle forme molto aderenti alla realtà che sono state, e tuttora sono, indispensabili per l’individuazione delle origini ampelografiche dei vitigni”, continua la Schneider.

In particolare, per quanto riguarda l’uva rossese gli studiosi hanno a disposizione l’immagine riprodotta sulla Pomona Italiana ossia degli alberi fruttiferi* di Giorgio Gallesio, botanico (e molto altro*) che mise mano ad una fondamentale catalogazione degli alberi da frutto tra il 1817 e il 1839, avvalendosi del contributo pittorico di quotati artisti dell’epoca.

Confrontando l’uva rossese del Gallesio con la morfologia dei numerosi rossese bianco oggi conosciuti, la dottoressa Schneider e suoi collaboratori sono arrivati alla conclusione che il vitigno rossese descritto dal Gallesio non ha nulla a che vedere con il rossese dell’Alta Langa (così lo definisce la Schneider) ma vi si riconosce una morfologia affine al rossese bianco proveniente dalla zona di San Biagio della Cima, terra di confine della provincia di Imperia, in Liguria.

“Per definire l’origine genetica, e quindi di riflesso geografica dei vitigni”, conclude la Schneider, “oggi abbiamo a disposizione un potente mezzo d’indagine, l’analisi del Dna, che purtroppo è un metodo che richiede notevoli investimenti e che comporta un’indagine ad ampio raggio. Non sempre, inoltre, i vitigni antenati che permettono di definire una genealogia sono ancora presenti, o fonti storico-artistiche affidabili ancora reperibili: per questo motivo l’origine di molti, ancora troppi, vitigni italiani continua a rimanere incerta e non univocamente determinata”.

 

 

 

*Per maggiori informazioni su Giorgio Gallesio e la Pomona Italiana riportiamo integralmente la scheda a cura di Enrico Baldini  in http://www.librit.unibo.it:

“Pomona italiana ossia trattato degli alberi fruttiferi / di Giorgio Gallesio. Pisa, co’ caratteri de’ FF. Amoretti, presso Niccolò Capurro, 1817-1939, ill. color.; 50 cm.

Agricoltore, magistrato, deputato, pubblico funzionario, diplomatico, ma anche attento e illuminato studioso del mondo vegetale, il conte Giorgio Gallesio (Finale Ligure, 1772 – Firenze, 1839) si ritirò, quarantacinquenne, a vita privata per dedicarsi unicamente a una impresa editoriale sommamente impegnativa e senza precedenti nel nostro paese: la compilazione e la pubblicazione di un’opera pomologica monumentale intesa a descrivere e a raffigurare “le varietà più squisite degli alberi da frutto coltivati in Italia”. La stampa di quest’opera, iniziata nel 1817 presso la tipografia di Niccolò Capurro di Pisa, proseguì fino al 1839 quando venne interrotta in seguito alla morte dell’Autore. La complessiva tiratura supero di poco i 170 esemplari.

Nelle quarantuno dispense che compongono la Pomona Italiana si susseguono senza un ordine prestabilito centocinquantasei schede pomologiche (“articoli”), a loro volta formate da una tavola incisa su rame “a mezzo tinto” e colorata a mano e da una dettagliata descrizione della corrispondente varietà, stilata dallo stesso Gallesio sulla base di ripetute ed originali osservazioni tassonomiche.

Alla realizzazione dell’apparato iconografico dell’opera (160 splendide tavole in-folio) concorsero numerosi pittori professionisti e dilettanti, quali Antonio Basoli, Carolina e Isabella Bozzolini, Rachele Cioni, Domenico Del Pino, Bianca Mojon, Antonio Serantoni, ecc., e un gruppo di valenti incisori, quali Paolo Fumagalli, Bernardino Rosaspina, Giuseppe Pera, Carlo Lasinio, ecc., coordinati con puntigliosa assiduita dallo stesso Gallesio.

Attraverso lo scritto e l’immagine, la Pomona Italiana fornisce un’esauriente rappresentazione del germoplasma frutticolo italiano del primo ‘800 e ha quindi una indiscutibile importanza documentaria per la storia della “Scienza dei Frutti”; essa ha però anche un altrettanto indubbio interesse applicativo essendo un fondamentale riferimento per tutti quei cultori della Pomologia che rivolgono la loro attenzione alle varietà di un tempo, nell’intento di preservarle dall’erosione genetica e anche di recuperarle a una utilitaristica fruizione colturale”.

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