I vini di Guado del Re tra luoghi, monumenti e pillole di storia / di Fabrizio Russo

Gualdo del Re

Teatro della macabra bollitura del corpo di Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero, ucciso nel 1313 da un’infezione di antrace che gli impedì di tornare vivo in Germania dopo tre anni di bellicoso soggiorno in Italia, Suvereto, incorrotto borgo medioevale della Val di Cornia, deve il suo nome all’abbondante presenza degli alberi di sughero che numerosi attorniavano la città.

La cittadina è incastonata tra rilievi collinari ammantati da boschi e punteggiati dalle argentee chiome degli olivi e l’estesa lingua di sabbia della Costa degli Etruschi. La Costa, ad onta della folla di bagnanti che nei mesi estivi gremisce il suo arenile, mantiene caratteri genuini e finanche selvaggi grazie alla presenza d’una fitta macchia mediterranea che separa il lungo nastro d’asfalto della strada costiera dal litorale.

La città è attorniata da una poderosa cinta muraria ed è ricca di suggestive testimonianze architettoniche: dalla Rocca Aldobrandesca, alla chiesa romanica di San Giusto, fino al duecentesco convento di San Francesco impreziosito da un magnifico chiostro, Suvereto offre non poche opportunità di raggiante felicità ai seguaci di Dioniso, ospitando un cospicuo numero di aziende che confermando la storica vocazione enologica dei luoghi, valorizzano l’indole varietale di vitigni autoctoni e di uve alloctone che, come peraltro certifica la vicina Bolgheri, non è ormai sconveniente definire tradizionali.

L’azienda
Storica e prestigiosa realtà del comprensorio vitivinicolo della Val di Cornia, Gualdo del Re, azienda capitanata dai dinamici Nico e Teresa Rossi che ha iniziato a calpestare il palcoscenico enologico toscano negli anni ’50 del “secolo breve”, alimenta il motore aziendale col combustibile della passione e dell’entusiasmo, ingredienti principali di un mosaico produttivo composto da tessere, policrome e sgargianti, di nitida definizione.

I vigneti
Le uve, allevate a cordone speronato e a guyot sui filari di vigneti ubicati in località Notri, che insistono su suoli prevalentemente argillosi e densamente popolati da ciottoli, sono rallegrate da rese estremamente contenute, da una moderna fittezza d’impianto, e da una gestione agronomica rispettosa dei precetti del biologico, che non contempla l’intervento invasivo di prodotti di sintesi, demandando allo stallatico il compito di concimare le piante, a leguminose come il favino e a graminacee come l’orzo, quello di permettere la pratica del sovescio.

Vinificazioni, cantina ed enologo
Attenzioni costanti fanno confluire nelle diraspa-pigiatrici grappoli contrassegnati da una munifica materia polifenolica che vengono trasformati in una cantina dagli elevati contenuti tecnologici, grazie alle cure amorevoli di Nico, e al voluminoso bagaglio di saperi enologici di Barbara Tamburini, wine maker che, nonostante la giovane età, ha già consumato formative e importanti esperienze in molteplici aree vitivinicole di Enotria: dalle assolate terre di Sicilia, alla Valtellina.

Ed è proprio tra le mura di questa cantina che Barbara ha mosso, circa 20 anni or sono, i suoi primi passi, intraprendendo una carriera professionale costellata di riconoscimenti: da quello di “Regina del Merlot” (Mondo Merlot 2015), al Rigoletto d’argento (AIS Lombardia 2014), dalla targa conferitale dal Senato della Repubblica Italiana (2012), al premio Luigi Veronelli come Miglior Enologo dell’anno nel 2007, prestigioso titolo ribadito, nel novembre 2019, dalla FIS, che l’ha insignita dell’ambito premio Giacomo Tachis.

L’ospitalità
Sublimando, oltre alla cultura enologica quella dell’ospitalità, l’azienda ha confezionato un’offerta che, travalicando ambiti meramente vinicoli annovera: un agriturismo fornito di appartamenti elegantemente arredati, un campo da calcetto, un’attraente piscina a sfioro e ampi spazi verdi, allietati da un laghetto animato da starnazzanti papere e, limitrofo ai locali di vinificazione, un accogliente ristorante che promuove il dialogo tra pietanze del territorio, moderatamente rivisitate, e nettari di Bacco.

La produzione enologica
La pluralità degli impegni non ha però distolto l’azienda dal compito di realizzare un convincente assortimento vinoso, come attestano le attraenti etichette della gamma che, indipendentemente dalle varietà utilizzate e dalla differente metrica del componimento, propongono una griglia di lettura comprensibile, immediata e ciò nondimeno, tutt’altro che disgiunta da un’apprezzabile complessità.

La rappresentazione enoica è versatile e ampia, pur non trascurando vitigni che affermano i valori identitari del comparto regionale: dall’Aleatico al Sangiovese, assegna un ruolo di rilievo al Merlot, protagonista di fuoriclasse assoluti come l’ambizioso “f”, figlio dell’omonimo progetto, conservato in un autentico caveau e prodotto in pochi esemplari numerati (un unicum nel panorama enologico nazionale, accolto tra le pareti di una preziosa bottiglia, creata da mastri vetrai veneziani, che rivisita la silhouette del tradizionale fiasco toscano). La gamma, tuttavia, concede  spazio e la dignità che meritano, a “vini quotidiani” che esplicitano compiutamente la non risibile differenza che intercorre tra le parole: semplicità e banalità. Tutti, indistintamente, sono caratterizzati da una cifra stilistica che, pur in presenza di tenori alcolici elevati e di estratti di notevole consistenza, privilegia il fioretto alla spada, preferendo indossare eleganti vesti organolettiche piuttosto che esibire smisurate strutture muscolari.

Non potendo raccontarli tutti, circoscriveremo la nostra narrazione ad alcuni di essi, chiarendo che: i criteri adottati per la loro scelta non assecondano logiche di merito, né intendono definire insensate gerarchie qualitative; più semplicemente sono stati selezionati sulla scorta delle conoscenze, e delle esperienze (gratificanti e plurime), consumate dallo scrivente.

Eliseo Bianco
IGT Costa Toscana Pinot Bianco 2018
E’ un vero inno alla piacevolezza l’Eliseo Bianco, vino dal nitido impianto olfattivo, tutto giocato sulla leggibilità del quadro odoroso, caratterizzato dalla leggiadra e sorridente presenza di note agrumate, frutta a polpa bianca, sentori minerali e sfumature floreali, e su una fase gustativa risolutamente indirizzata verso un registro, proporzionato e scattante, di avvincente e succosa sapidità.

 

 

Valentina                                                                                                                    IGT Costa Toscana Vermentino 2019
Da sempre uno dei cavalli di battaglia della cantina, il Vermentino Valentina è contrassegnato, anche nella versione relativa alla vendemmia 2019, da un’ineccepibile accuratezza dei dettagli e da una pregevole chiarezza espressiva. Un ampio ventaglio di sfumature odorose affiorano dal calice che lo ospita: ginestra e camomilla, mela e susina, pompelmo e sfumature erbacee, anticipano una beva incisiva e snella, dinamizzata a centro bocca da un proporzionato palco acido. Un vino che mostra una didascalica aderenza ai caratteri varietali dell’uva che, abbandonando una terminologia tecnica a favore di un lessico edonistico, possiamo, senza reticenza alcuna, definire buonissimo.

Il Gualdo                                                                                                                        DOCG Suvereto Sangiovese 2013                                                                       Fermentato in serbatoi d’acciaio inox, il vino svolge la fermentazione malolattica tra le doghe della barrique, dove poi matura per 15 mesi. Il calice, ammantato di rubino e contornato da un unghia color granato, esibisce inizialmente una timida aromaticità, che lascia il posto, dopo una breve permanenza nel calice, a un affresco odoroso articolato e terso, che alterna sensazioni autunnali a note primaverili, con riconoscimenti di: viola, cacao, marasca e spezie dolci, che rincorrono sensazioni scure di: grafite, china, tabacco e cuoio, prodromo di una beva, perentoria e autorevole, che esibisce caratteri di esplicita eleganza, grazie alla nobiltà del tessuto tannico e ad un finale, ammaliante e prolungato, nobilitato da nitidi rimandi odorosi.

Senzansia
IGT Costa Toscana Pinot Nero 2017
L’originale packaging che avvolge il contenitore vitreo: un nero fazzoletto cartaceo che impedisce di controllare il livello del liquido all’interno della bottiglia, potrebbe far supporre che il suo nome faccia riferimento proprio a questa prerogativa: della serie: occhio non vede….. ma non è così. Per amore della brevità (si fa per dire) del racconto, ci vediamo costretti a lasciarvi nel dubbio, e a relazionarvi direttamente sui suoi caratteri organolettici.

Vinificato in vasche di acciaio inox, e ammantato da un abito color rubino, rischiarato  da bagliori color granato, svela in rapida successione un’attraente sequenza di riconoscimenti fruttati: mora di rovo, lamponi e fragoline di bosco, fusi con note speziate: timo e noce moscata, sentori “liqueriziosi”e ricordi di muschio. Il palato colpisce, per equilibrio e dinamicità, con la levigata trama tannica che scandisce il ritmo della beva, conducendola verso un finale di apprezzabile persistenza.

I’Rennero
Docg Suvereto Merlot  2015                                                                                          Riempie lo spartito vinoso con note inebrianti e intense, che danno vita ad una trascinante sinfonia, sublimata dalle espressioni corali dell’orchestra olfattiva, e da un impianto gustativo di travolgente bellezza, il Rennero, Merlot in purezza dalle elevate, ma più che legittime, ambizioni organolettiche. Un monumento di ampiezza, complessità e struttura, dal respiro moderno e dal raffinato impianto aromatico, disposto su toni fruttati: mirtilli, more di rovo, ciliegia nera e prugna, amalgamati con riconoscimenti di cardamomo, tabacco biondo, erbe aromatiche, cacao e bacche di ginepro, che precedono un assaggio voluminoso e profondo, contrassegnato da un tessuto tannico levigato e perfettamente fuso col rovere.

 

Quintorè                                                                                                                          IGT Costa Toscana Merlot 2016
Regala al naso ammalianti percezioni fruttate: marasca, prugna e piccoli frutti di bosco, strette in un voluttuoso abbraccio con note di macchia mediterranea, vaniglia, petali di rosa, pepe e cardamomo, il Quintorè, Merlot reduce da un prolungato dialogo con le doghe della barrique. Equilibrato e coerente con il naso, l’impianto gustativo, voluminoso e denso, soppesa accuratamente tutte le sue componenti, senza permettere alla pronunciata vena alcolica di prendere il sopravvento. Un’acidità ben calibrata, e una trama tannica scalpitante, ma tutt’altro che aggressiva, accompagnano il sorso verso un epilogo, vigoroso e coerente con l’olfatto, di seducente persistenza.

 

Amansio                                                                                                                      IGT Costa Toscana Aleatico Passito 2019
Si rivolge al cuore, più che all’intelletto, l’Amansio, Aleatico dalla fastosa impalcatura odorosa, che profuma di prugna in confettura, violetta, rosa, amarena e gelatina di lamponi. Il sorso, scorrevole e goloso, mantiene coerentemente le promesse del naso, dipanandosi gradualmente e conquistando per intero il cavo orale, vivacizzato da una sottile spina acida e da un tessuto tannico di arrotondata consistenza. Un passito, insomma, dalla pacata dimensione zuccherina, che non palesa mai caratteri ridondanti, mantenendo una linearità, e un equilibrio, che lo collocano di diritto tra i vini ad alto coefficiente di rischio (è estremamente difficoltoso interrompere la beva, prima di aver finito la bottiglia).

 

 

Il vino al tempo del Covid-19
Concludo questo mio scritto alzando il calice e brindando, ai lettori e all’umanità tutta, con un’ambrosia di Gualdo: ma altrettanto vi invito a fare anche con altri mosti fermentati, giacché in Italia di vini di pregevole fattura, ringraziando Dio e migliaia di produttori coscienziosi e capaci, ce ne sono davvero tanti. Sono però dell’idea che al vino, simbolo della cultura mediterranea, veicolo di emozioni sensoriali e inno alla convivialità, non si possano attribuire qualità taumaturgiche che non gli sono proprie: e che quindi poco o nulla possa fare per contrastare la terribile minaccia rappresentata dal Covid-19. Non essendo però un medico, e non possedendo un bagaglio conoscitivo che mi permetta di discernere tra la verità e l’infondatezza delle opinioni espresse in questi giorni in materia di virus, evito di schierarmi tra chi attribuisce al vino un ruolo di utile disinfettante del cavo orale e alcuni autorevoli rappresentanti della comunità medica, che, sarebbe bene non dimenticare, stanno pagando un tributo elevatissimo nella lotta al Covid-19. Non posso pertanto non rispettare l’opinione di chi, come Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Istituto Ortopedico Galeazzi e ricercatore di Igiene Generale per l’Università degli Studi di Milano, ha stigmatizzato le esternazioni dell’Assoenologi; così come quelle di Riccardo Gatti, direttore del Sert dell’Ospedale Santi Paolo e Carlo di Milano, che considera “oltremodo vergognosa la divulgazione di notizie che in questo momento aumentano la confusione, spingendo le persone a consumi inutili e non positivi per la salute”. In merito a quest’ultima affermazione però, mi permetto di esprimere un garbato dissenso: il vino non è la panacea di tutti i mali, e certamente non ha il potere di arginare la diffusione di qualsivoglia virus, ma farlo rientrare nella categoria dei “consumi inutili” mi pare eccessivo, dal momento che, non a caso, alle enoteche è stato consentito di rimanere aperte, certificando come la loro attività sia tutt’altro che inutile. A conferma che il vino, pur non possedendo la capacità di guarire i mali del corpo, rimane pur sempre un’efficace antidoto contro la malinconia, oltre che una piacevolissima medicina dell’anima.

Gualdo del Re                                                                                                                Loc. Notri, 77 – 57028 Suvereto (LI)
Tel. 0565 829888 www.gualdodelre.it info@gualdodelre.it

 

 

Fabrizio Russo
Critico enogastronomico, per molti anni responsabile cittadino e del Lazio di Slow Food, nonché docente di Storia e cultura della gastronomia e dei Corsi sul vino nell’ambito dei “Master of Food”. Ha collaborato a numerose guide e riviste di cultura materiale: Osterie d’Italia, Guida dei Vini d’Italia del Gambero Rosso, Civiltà del Bere, Cucina & Vini, coordinando inoltre le attività redazionali di: “Sulle onde del gusto” e della Guida al Vino Quotidiano, di cui ha diretto le commissioni regionali d’assaggio. Ha firmato articoli su riviste internazionali quali: Robb Report ed è stato caporedattore della rivista telematica Athenews. Da oltre 15 anni scrive per “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come collaboratore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”, per le quali ha recensito centinaia di aziende vinicole di: Lazio, Abruzzo, Marche, Umbria, Sardegna e Puglia. Responsabile regionale di Umbria e Marche per ViniBuoni d’Italia, guida edita dal Touring Club, organizza, in qualità di presidente dell’associazione Athenaeum, degustazioni che promuovono l’incontro tra nettari di Bacco e prodotti gastronomici d’eccellenza.

 

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