Il “si è sempre fatto così” non basta più, ci vuole il coraggio di “crescere meno e meglio”: così si cambiano le filiere produttive.
“L’irregolarità fertile nasce da una scelta consapevole e da un modo critico di stare dentro il proprio tempo – spiega Matteo Ascheri.
Siamo “irregolanti” quando decidiamo di non aderire automaticamente al modello dominante se quel modello appiattisce, banalizza, consuma, rende tutto replicabile”.
C’è il birraio belga Jean-Pierre Van Roy che, pur di preservare l’acidità irriducibile della Lambic Cantillon, continuò a produrla come riteneva dovesse essere fatta, anche quando il mercato chiedeva tutt’altro. C’è Dick Fosbury, che vinse l’oro olimpico nel salto in alto trasformando per sempre la tecnica della disciplina. Ci sono Freak Antoni e gli Skiantos, che resero l’assurdo un linguaggio musicale. E c’è Simone de Beauvoir, che mise in discussione l’idea che le differenze tra uomini e donne fossero un semplice dato di natura.
Anche da queste ispirazioni nasce “irregolanti”: l’evento ideato a Bra dall’imprenditore vitivinicolo Matteo Ascheri di Cantine Ascheri, per proporre una riflessione sull’irregolarità come atto indispensabile per provare a rivedere criticamente modelli di impresa consolidati, a favore di scelte più faticose, ma più coerenti e riconoscibili. E smettere di considerare corrette alcune pratiche che rendono invece le filiere produttive immobili, mai pronte ad accogliere i cambiamenti che sarebbero necessari per affrontare le trasformazioni in corso. Lo fece Adriano Olivetti che, con la sua fabbrica a misura d’uomo, sfidò il modello industriale dominante pagando un prezzo altissimo sul piano finanziario, politico e personale. Lo sta facendo oggi la casa cosmetica Avène che, con “TheRealestAd”, ha scelto di mostrare il prodotto senza filtri né risultati idealizzati o perfetti: una comunicazione più autentica e per questo più esposta, accettando di rendere visibili limiti e differenze nei risultati.
La prima edizione di “irregolanti” – rappresentata visivamente da un’enorme balena sospesa sopra le vigne, simbolo di un cambio di prospettiva – si è svolta il 7 settembre partendo dal mondo del vino per allargare la riflessione al modo in cui oggi aziende, comparti e territori dovrebbero scegliere di lavorare e stare sul mercato: con maggiore indipendenza, assumendosi la responsabilità dell’impatto ambientale e sociale delle proprie attività, praticando un’inclusione reale, costruendo una comunicazione più trasparente e un rapporto più onesto con il mercato.
Presenti – perché si sono riconosciuti nell’approccio irregolante proposto da Ascheri – alcune realtà produttive e sociali: Marco Valente, con Vastè Impresa Sociale – cucina di esperienza del mondo, nata dalla fusione di una associazione no profit con la sua impresa nella ristorazione; Macelleria Masino con Felice Pomponio che da Torino si è trasferito a Bra per contribuire a presidiare l’unicità della Salsiccia più famosa di Langhe e Roero; l’affinatore di formaggi Fiorenzo Giolito, imprenditore creativo fuori dai consueti circuiti associativi; Luca Soave che lascia la grande cucina per una semplice bottega – SOV – dove parla solo il prodotto; la giovane Elena Fenocchio e la sua piccola rivoluzione pasticcera – no like, più gusto – con dolci buoni e genuini a base delle nocciole che produce; Osteria Murivecchi, aperta controcorrente nel 1993 quando il fine-dining sembrava scalzare la cucina del territorio e che continua a raccontare la cucina piemontese con menu che vengono ancora scritti, di settimana in settimana, a mano sulle lavagne.
Hanno accolto l’invito anche realtà speciali con cui la famiglia Ascheri condivide il cammino: 8pari e Accademia della Vigna, impegnate nell’inclusione sociale e nell’inserimento lavorativo di persone con fragilità e il Laboratorio Zanzara di Torino che ha firmato il concept grafico di irregolanti, ideato grazie anche alle intuizioni di persone diversamente abili, ma sicuramente creative, che collaborano con professionisti e designer.
Il passaggio da “che cosa funziona” a che cosa ha senso
Il dibattito, che ha coinvolto stampa, istituzioni e rappresentanti del mondo imprenditoriale, ha provato a mettere in discussione scelte produttive così consolidate al punto da non essere più nemmeno interrogate.
Ha ancora senso alimentare una coltivazione intensiva che modifica la fisionomia delle colline fino a sottrarre spazio ai boschi? E fino a che punto è ragionevole continuare a piantare vigne su versanti completamente esposti solo perché il disciplinare lo stabilisce, quando il cambiamento climatico impone di cercare con urgenza soluzioni diverse? Ha senso applicare a un territorio la stessa logica con cui si gestisce un asset finanziario, valutando ogni bene in funzione della possibilità di acquisirlo, accorparlo, renderlo più efficiente e scalabile?
Sono domande che non riguardano soltanto la viticoltura, ma il modo in cui un’impresa interpreta le regole quando il contesto cambia; e continuare a fare ciò che si è sempre fatto rischia di diventare la scelta meno razionale.
Essere irregolanti, in questi casi, significa riconoscere che non tutto ciò che ha valore può essere tradotto in un prezzo e che non tutto ciò che cresce, per il solo fatto di crescere, stia necessariamente migliorando.
Il modello dominante tende, infatti, sempre più a trasformare ogni cosa in un formato: modelli economici, aspettative del mercato, linguaggi della comunicazione e metriche di successo spingono spesso verso ciò che è già riconoscibile, approvato e facilmente replicabile.
“Anche la produzione rischia così di perdere la propria identità. Nel vino come in altre filiere – osserva Ascheri – si trovano prodotti tecnicamente impeccabili ma talvolta sempre più difficili da ricondurre alle mani che li lavorano, alle persone che li pensano e al luogo da cui provengono”.
La stessa difficoltà riguarda la comunicazione: in un settore che attraversa una delicata fase di cambiamento e che fatica a parlare alle nuove generazioni, continuare a utilizzare linguaggi prevedibili, ripetitivi e poco autentici “perché così si prendono più like”, rischia di rafforzare proprio quella distanza che si vorrebbe colmare.
Ma chi sono, quindi, gli irregolanti?
Persone e imprese che continuano a spostare il proprio asse, interrogandosi sulla normalità e scegliendo una traiettoria personale anche quando il contesto suggerirebbe di adeguarsi a un formato già pronto, comodo.
“Il neologismo – conclude Ascheri – nasce proprio per descrivere un’azione in corso: irregolanti, non irregolari, perché l’irregolarità non è uno status ma un processo continuo di messa in discussione”.
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