“Sempre Collio nel cuore”. Firmato, il Presidente.

(DanielaDeMorgex) – Siamo in Friuli Venezia Giulia, sul Collio.
Gli scenari che si propongono ai nostri occhi rivelano scorci sorprendenti di montagne,
boschi, colline e vigneti, a volte inaspettati e dai colori mutevoli.

Tutto sembra narrare di una lunga evoluzione, anche il suo suolo, costituito da ponca (o
flysch in termini locali), un composto di marne e arenaria stratificata che si sbriciola fra le
mani rivelando i suoi microfossili, testimoni di un passato lontano come ci si trovasse in
un’installazione museale a cielo aperto.

E’ proprio tale stratificazione, risalente a 53-40 milioni di anni fa, che permette a questi
terreni un ottimo drenaggio e un arricchimento di carbonati di calcio, magnesio e
manganese, che si traducono in vini dalla spiccata mineralità e salinità.

Perché il Collio è vino, ma non solo. Pensiamo a tutte le produzioni di eccellenza di questo
territorio come i formaggi (Montasio), l’olio (cultivar Bianchera del Carso) o i rinomati
salumi (prosciutti di S. Daniele o di Sauris o di Cormòns).

Collio: terra di confine?
Un tempo è stata una terra dai confini sempre in movimento, luogo di continuo
incontro/scontro fra persone e culture diverse, che ha vissuto intensamente la Prima
Guerra Mondiale ed ancor prima la dominazione dell’impero austro-ungarico: nonostante
ciò “la gente rimaneva ferma a casa propria, nel senso che non assorbiva i
cambiamenti e rimaneva saldamente ancorata ai propri usi ed abitudini.

La storia del Collio è lunga e complessa, spesso dolorosa e difficile. Parliamo di eventi che
hanno fortemente segnato la lingua, la cultura e le tradizioni di una comunità che è stata
comunque in grado di integrare il tutto, con nobile fierezza, in un approccio mentale di
largo respiro, pur mantenendo un forte legame con la propria tradizione agricola. Ancor
oggi si tratta di un microcosmo umano d’impronta ungherese, austriaca, slovena ed
italiana, impronta facilmente rintracciabile in ogni aspetto della vita quotidiana dei suoi
abitanti.

Qui la gente del posto racconta come l’unica pretesa avanzata a suo tempo dall’impero
austroungarico sia stata di saper parlare la lingua austriaca, senza però mai impedire alla
popolazione locale di mantenere le lingue italiana, slovena e jugoslava. Sarà forse per
questo che qui il concetto di confine non è mai stato veramente percepito.

Erano tempi in cui Trieste era il porto principale dell’impero austroungarico ed il secondo
del Mediterraneo, dopo quello di Marsiglia, ed il Collio era considerato il giardino
dell’impero da cui provenivano tutte le primizie di frutta e verdura. Poi col trattato di
Rapallo del 1920 l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabilirono i confini dei due
Stati.
Durante la guerra fredda, queste zone si trasformarono invece nell’ultimo lembo di terra
italiana ad est terrorizzato da una possibile invasione comunista, e per questo riempito di
caserme ed edifici militari.

Compleanno del Consorzio Tutela Vini Collio
I festeggiamenti a Cormòns per il 60° anniversario della nascita del Consorzio Vini Collio
sono stati occasione per scambiare due chiacchiere con il suo presidente David
Buzzinelli.
Oggi, con circa 180 soci produttori, il Consorzio copre il 90% del territorio ma non delle
‘teste’ poiché ancora in parecchi non avvertono l'esigenza di associarsi: in pratica si
produce un totale di 7 milioni di bottiglie quando però un milione e mezzo di queste
provengono da solo tre aziende. A parte altre quattro/cinque realtà che si posizionano nel
range di 100/200.000 bottiglie, le restanti sono ben al di sotto della produzione delle
100.000. Ecco che io dico che i grandi da soli non hanno le teste e i piccoli da soli non
hanno i numeri” ha dichiarato il Presidente.

Buzzinelli, presente nel Consorzio da 25 anni, rivela di non aver mai assistito ad un alto
numero di adesioni sociali come l’attuale e spiega ciò attraverso una nuova modalità di
pensiero: finalmente non si sta più ragionando in termini di categorie, ma di terroir
facendo così prevalere uno spirito di appartenenza e la percezione di sentirsi in maniera
univoca “gente del Collio”.
Secondo il presidente, si tratta oggi di gestire “un gruppo di persone con la stessa idea di
volersi riposizionare come quando si era sotto l’impero austro-ungarico, quando si era il giardino e l’orto dell’impero”.

Quali sono i progetti che state attualmente portando avanti?
D.B. – La pandemia è stata pesante, ma le idee ci sono: vogliamo solo essere sicuri della
loro fattibilità prima di comunicarle. Esiste un progetto presentato sei mesi fa che sarebbe
dovuto decollare a luglio, ma così non sarà a causa di lungaggini burocratiche.
La nostra realtà del vino, inteso come valore culturale globale, offrirà il suo sostegno
all’evento Gorizia Capitale della cultura europea 2025.
E’ inoltre prevista per novembre l’uscita di un libro sul territorio del Collio legato proprio al
sessantesimo anniversario del Consorzio, frutto del lavoro di giornalisti come Stefano
Cosma, Claudio Fabbro, Andrea Zanfi.

Incontrate dunque difficoltà con gli enti locali?
D.B. – In passato si, ce ne hanno create, ora però abbiamo trovato giusti equilibri sul territorio.
Stiamo proprio cercando di mettere a punto – si spera entro la fine dell’anno – i dettagli
relativi ad un progetto legato al nostro marchio, e ciò a seguito di una modifica intervenuta
sulla registrazione dei marchi a livello europeo che necessita di una interpretazione
legislativa italiana.

Oggi il nome Collio è ancora decisamente legato solo al vino e non ancora ad una nostra
realtà turistica: desideriamo infatti riuscire a presentare anche la nostra enogastronomia, con un gruppo di professionisti del turismo che possano collaborare con noi su questo versante, senza interferenze politiche.

Eventuali sinergie con Promo FVG?

D.B. – Sicura collaborazione, ma solo rispetto a nostre singole iniziative, come quella già
esistente fra il Consorzio Vini Collio e Unidoc. Come Promo FVG, anche Unidoc ha
l’obbligo primario di promuovere l’intero territorio regionale.

Il nostro reale obiettivo è piuttosto quello di creare un’associazione che rappresenti
esclusivamente la parte turistica ed enogastronomica del Collio, con un rappresentante del
territorio, uno del Consorzio ed uno dell’enoteca (che, tra l’altro riaprirà in autunno, con
nuovo statuto), proprio cedendo il marchio Collio del consorzio a questa nascente
associazione.

Cosa può dire invece in merito alla DOCG?
D.B. – È ancora work in progress.
C’è chi ritiene necessario fornire alla denominazione Collio una connotazione più definita,
ma in effetti la produzione della Doc Collio possiede già oggi parametri più restrittivi di una
eventuale Docg. Inoltre si deve anche tener presente che la varietà più diffusa è
sicuramente il Pinot grigio, che copre il 29% della produzione, seguito dal Sauvignon col
19%, dal Friulano col 15% e dalla Ribolla gialla col 9%…

Il Consorzio ha in sé ancora molte voci fuori del coro. Possiamo sempre
affermare che si tratti di una realtà salda e stabile?
D.B. – E’ comunque una realtà da tutti sempre voluta in questi suoi 60 anni di vita, anche in situazioni molto critiche del passato (n.d.R. come p.es. nel 2020 quando in prima battuta si decise con il 62% di voti a favore di attuare un taglio delle rese in vigneto del 20% che tutelasse il posizionamento dei prodotti sul mercato, misura subito sostituita dal taglio della resa in vino e alla fine neppure questa mai adottata a favore di una libera scelta d’azione da parte delle singole aziende).
La sua esistenza resta per noi un punto fermo nel tempo, ieri con 20 soci e oggi con quasi300, fra produttori ed imbottigliatori.

Come è cambiato il vino oggi?
D.B. – Negli anni ‘80 si verificò il grande mutamento del vino in Friuli grazie a Mario
Schiopetto, pioniere del vino bianco friulano moderno, che mirava a prodotti di alto livello
lavorando nel rispetto della Terra e dell’ambiente. In seguito, a fronte delle nuove
tecnologie, si è potuto produrre vini di largo respiro e senza chimica, anche se l’equilibrio
dei vigneti è poi passato da molto a troppo poco produttivo.
Oggi dobbiamo interfacciarsi principalmente col cambiamento climatico: dalla vendemmia
di ottobre tipica degli anni 70/80 alle attuali vendemmie di agosto, ma ritengo che non sia
affatto del tutto addebitabile al climate change…

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