Piero Palmucci ci ha lasciato lo scorso 20 luglio. Il testo è la sintesi di una lunga giornata passata a chiacchierare insieme nella sua casa sul lungomare di Castiglion della Pescaia avvenuta nel febbraio 2016. Era rimasta nella penna del cronista ma pubblicarla ora è un modo per rendere omaggio ad un produttore che ha contribuito ad accrescere il mito e il successo del Brunello creando Poggio di Sotto. Ciao Piero!
A.G.
Piero, lo svedese
«Ho viaggiato in tutto il mondo e per tanti anni mi sono occupato di trasporti internazionali soprattutto di traffico di container dall’estremo oriente. La campagna l’ho iniziata ad apprezzare in Svezia dove ho sempre abitato fuori città. Specialmente in primavera quando il gelo e la neve vanno via e apprezzi i cambiamenti che avvengono sotto i tuoi occhi. Nel 1988 ho iniziato a maturare l’idea di acquistare una proprietà. Sono andato in Piemonte e poi in Toscana e in particolare a Montalcino dove avevo abitato negli anni Quaranta.
L’infanzia montalcinese
Per un anno ho fatto la scuola media a Piazza Cavour nell’edificio dove oggi c’è il Comune. Visto che abitavo fuori, in paese ci andavo con la mula o con il carro dei buoi e spesso anche a piedi. Abitavo a Villa Zucca, molto dopo l’attuale azienda Le Prata, in aperta campagna e vicina al bosco dove c’era anche del vigneto. Il ricordo è rimasto anche molto forte perché c’era la guerra: i nazisti, i fascisti, i partigiani, gli sbandati, passavano tutti di lì. Specialmente dopo l’8 Settembre quando chiedevano da mangiare e dei vestiti per tornare a casa. All’epoca c’era pochissimo vino e si metteva bianco e rosso tutto insieme. Il Moscadello di Montalcino era più famoso del Brunello che faceva Tancredi Biondi Santi, il quale aveva insegnato il mestiere a Giulio Gambelli quando andò a lavorare all’Enopolio di Poggibonsi.
La Poggibonsi Connection
Il rapporto con Giulio è stata una storia a parte perché l’ho corteggiato per 3-4 mesi. Era di Poggibonsi come me e all’epoca, per conto del Consorzio del Brunello, andava in giro per le cantine assaggiando i vini e dando consigli. In più era consulente del Soldera. Giulio è stata l’unica persona in vita mia che ho corteggiato a lungo perché lavorasse con me. Io abitavo nel centro di Castelnuovo dell’Abate e non avevo il telefono in casa –i cellulari erano di là da venire- per cui per parlare con lui andavo a casa di amici che invece lo avevano. Ma lui mi rimandava continuamente. In tanti anni di collaborazione con Gambelli non ho mai avuto una discussione con lui. Siamo sempre andati perfettamente d’accordo così come con il prof. Lucio Brancadoro.
Sergio Manetti me l’ha fatto conoscere Gambelli: era una persona eccezionale, meravigliosa. È stato uno dei colleghi di cui ho sentito più la mancanza in tutti questi anni. Mi ha anche aiutato molto sia moralmente che praticamente, consigliandomi dei clienti. Ho dei bei ricordi di Sergio, era un vero gentiluomo.
Altri complici
Con Giulio Salvioni andavo d’accordo perché avevamo la stessa filosofia di produzione e il Brunello lo intendevamo nello stesso modo. È stata dura iniziare perché i montalcinesi sono difficili e ho trovato quasi ostilità da parte loro. Non è un caso che andavo d’accordo con Piero Talenti che era romagnolo seppur montalcinese di fatto. Lui è stato quello che mi ha aiutato a cercare un’azienda. Ho sempre avuto un buon rapporto anche con Diego Molinari e siamo sempre andati d’accordo: condividevamo idee e modi di fare.
Poggio di Sotto
L’azienda l’ho comprata nel 1989. Il primo vigneto di 2,5 ettari me l’ha venduto il Bianchini (Ciacci Piccolomini ) con l’avvertenza che il raccolto dell’annata lo avrebbe fatto lui e poi mi avrebbe ceduto la proprietà. In campagna ho cercato subito di imparare cosa era necessario fare. Tra le condizioni della compravendita con Bianchini c’era proprio quella che io per alcuni mesi sarei andato a lavorare da lui in modo di conoscere i lavori di campagna che dovevano essere fatti. Iniziavo a lavorare alle 06.00. Poi ho acquistato da fratelli Franci e poi anche da altri confinanti con i miei terreni. Le offerte poi divennero molto numerose – racconta ridendo di gusto- perché si era sparsa una voce secondo cui la mia ex moglie Elisabeth, fosse proprietaria di alcuni pozzi petroliferi in Svezia. Allora i montalcinesi non vedevano l’ora di vendere, per cui l’offerta era davvero abbondante. Il vecchio podere dei Franci lo avevo sistemato proprio bene, lo dico con orgoglio. Erano dei personaggi particolari basti pensare che per risparmiare si aggiustavano da soli gli scarponi nell’aia. In più si facevano da soli formaggi, salami e prosciutti perché avevano l’allevamento dei maiali. Giulio Gambelli, appena sono entrato in possesso del podere, mi ha detto subito “falli sparire” perché vino e maiali non vanno d’accordo. Visto che i Franci sarebbero rimasti nel podere, ancora per qualche settimana, gli proposi di fare a mio spese una porcilaia più distante dalla casa. Dissero subito di no perché avevano paura che i maiali, lontani da loro, si ammalassero.
Il Sangiovese
Il Sangiovese è una bestia maledetta, molto difficile da trattare. La prima vendemmia nel 1991 e poi nel 1992 non feci Brunello, come nel 2002. Ho vendemmiato ma il vino l’ho venduto sfuso in blocco. Il bello è che poi è che ne volevano ancora ma ormai l’avevo finito. Nel 1984 non c’erano né le teste né le piante per affrontare un’annata così difficile. Non a caso in tanti non fecero Brunello. Oggi sarebbe diverso perché le teste e le piante sono più attrezzate. Oggi la gestione della chioma è del tutto diversa. E anche come affrontare il clima, prima si sfogliava, oggi si copre. Anche le gradazioni alcoliche si sono molto innalzate: il vino sarà pure equilibrato ma ormai si veleggia sui 14,5% vol. e si arriva anche a 16. Nel 2004 ho avuto problemi con la stampa perché per me era stata un’annata favolosa.
Il Brunello
Quando il Brunello è decollato –nel 1990 con l’annata 1985- grazie alla Banfi che lo ha portato in America e poi in giro per il mondo. Il progetto per loro era di fare del Moscadello di Montalcino frizzante – il Ricciardello- che successivamente fu tutto sovrainnestato perché non aveva mercato. Ma a parte questo dagli anni Ottanta ad oggi Montalcino è diventata una zona ad alta professionalità viticola ed enologica. Oggi è un posto dove si capisce che c’è un livello di preparazione viticola molto alto anche rispetto al resto dell’Italia. Negli anni Novanta la cultura del vino, in Italia, era assai scarsa. E non parliamo poi di enotecari e di ristoratori: erano davvero pochi quelli che se intendevano un po’. Quindi inizialmente ho avuto delle difficoltà anche per quel motivo. Lo dico con cognizione di causa perché lo verificavo quando successivamente andai a vendere il vino: l’ignoranza era grande. Io portavo il vino in assaggio anche prima di avere la mia etichetta e in quei frangenti mi sono reso conto di quanto fossero vari i giudizi. Inoltre c’era pure l’handicap perché il mio era un Brunello prodotto non a Montalcino ma a Castelnuovo dell’Abate. Anche se grossi problemi in verità non ne ho mai avuti da questo punto di vista.
Il senso di Palmucci per il vino
Il mio vino era basato sulla ricerca della purezza. Non ho mai usato nulla e poi successivamente sono passato al biologico anche grazie all’aiuto di Brancadoro e di Gambelli. Per la parte di cantina: dopo che la fermentazione alcolica è iniziata, i profumi del vino che si avvertono nell’ambiente della cantina non sono i migliori. Eppure i miei vini avevano dei profumi fantastici: erano già puliti sin dall’inizio. Io sono convinto che il motivo fosse dovuto alla scelta dell’uva che facevo. Avevo un tavolo di cernita a cui lavoravano ben 5 persone. Avevo proposto al Consorzio di farlo adottare a tutte le aziende associate, ma mi risero in faccia. Grazie a questo accorgimento, comunque il mio vino è decollato. Le mie macerazioni erano lunghissime anche perché con le uve così sane me lo potevo permettere. Temperature non al di sopra dei 30°C. La fermentazione nei tini di legno richiedeva grande lavoro ma dava dei risultati straordinari. Oggi è diventata una pratica comune. In ogni caso in cantina, l’unica parola davvero decisiva è “pulizia”. Nella cantina non ci devono essere profumi e odori che in qualche modo possano influire sul vino. Poi sono sempre stato dell’idea che specialmente per il Brunello ci volesse il legno nuovo mentre a Montalcino sono un po’ restii a cambiare le botti. Se le fanno fare di spessore maggiorato in modo che poi le possono usare più a lungo dopo averle rigenerate raschiandole. L’ho fatto la prima volta ma poi non l’ho fatto più perché se ci metti la testa dentro ti accorgi subito che quel buon profumo di legno se ne era andato insieme alla raschiatura. Ho chiesto a Garbellotto di ritirare le botti e di darmene delle nuove. Le cambiavo ogni 10-12 anni e nel frattempo le mantenevo perfettamente pulite. D’altra parte nelle botti si creano delle incrostazioni dove si possono annidare di tutto batteri, ecc. che di sicuro al vino non fanno bene. E poi invecchiamenti anche lunghi. A partire dal Rosso che per me come minimo faceva 2 anni in legno e non 1 come diceva il disciplinare. Il Brunello invece anche 5 o anche 6 anni per la Riserva.
Con il 2001 mi è capitato di non avere conformità della Commissione della Camera di Commercio e fu bocciato anche in appello. Telefonai a Giulio che mi disse “Questo vino non si tocca” e venne subito in cantina. In una notte mi feci un’etichetta “Decennale”. È stato l’anno in cui un mio vino ottenne il maggior numero di premi. L’ho venduto come IGT: doveva essere la nostra Riserva.
La cessione di Poggio di Sotto
Quando ho venduto a Claudio Tipa nel 2011 ho lavorato in vigna sino all’ultimo giorno. Era il 30 Agosto e la sera stessa avrei definitivamente lasciato l’azienda. Quando il pomeriggio alle 17.00 gli operai mi sono venuti a salutare, gli ho dato le indicazioni per il giorno dopo: lavare i tini in modo di essere pronti per la vendemmia. Sono venuti anche altri pretendenti. La prima volta che Tipa mi chiese l’azienda, bloccammo subito le trattative perché eravamo troppo diversi. Poi abbiamo ripreso qualche anno dopo, 2 o 3. Non c’era feeling, almeno per la mia mentalità
La fine di una storia
Senza dubbio c’è un rammarico però io non potevo più andare avanti. Non avevo eredi. Li ho cercati ma i miei figli non ne hanno voluto sapere. Uno è più svedese che italiano e lavora per una grande azienda che non aveva nessuna intenzione di abbandonare, mentre mia figlia non era per niente interessata. Prima ho addirittura cercato un collega che fosse interessato a produrre come me e pian piano poteva prendere il mio posto ma non ho avuto fortuna. O forse ero troppo esigente. Io oggi cammino male e questo grazie anche al tempo che ho passato sul trattore: il cingolato non perdona. Ho capito che non sarei stato più in condizioni di andare avanti. Sono sempre stato molto realista per cui ho deciso di smettere.
Dopo aver venduto l’azienda non sono tornato a Montalcino per 3-4 anni. Ma dopo molto insistenze ci sono tornato nel 2014 ho accettato un invito per partecipare ad un convegno nel quale sarebbe intervenuto anche Brunello Cucinelli, l’industriale tessile umbro, che io ammiro molto. Poi una volta lì l’accoglienza è stata talmente calorosa ma talmente calorosa e affettuosa – un paio di persone si sono addirittura commosse- e da allora ho deciso di tornarci. Poggio di Sotto ha lasciato un bel ricordo. Ho avuto la fortuna di avere avuto un po’ di successo: è stato molto piacevole ».
Andrea Gabbrielli
Romano, giornalista e scrittore, dal 1989 è stato caporedattore della guida Vini d’Italia e dal 1992 caposervizio del mensile Gambero Rosso. Dal 1996 è libero professionista. Vincitore di vari premi giornalistici nazionali e internazionali, autore di libri e trasmissioni televisive, è giurato nei concorsi internazionali Mondial de Bruxelles e Mundus Vini.





