Siamo a poche centinaia di metri dal Duomo, fulgido esempio di architettura romanico-normanna, in un locale di charme ospitato tra le mura dell’antico Palazzo Botta, che si affaccia su una delle arterie principali, nonché tra le più frequentate, dell’incorrotto e medioevale impianto urbanistico del centro storico di Cefalù.
Cortile Pepe svela caratteri di eleganza già dall’aspetto esteriore, ingentilito da una targa raffinata e discreta, e da una porta d’ingresso di sobria raffinatezza. Gli interni mantengono coerentemente quanto promesso dalla facciata, dall’angolo bar, rallegrato da un severo bancone in legno, alla sfavillante cucina a vista, dalle geometriche essenzialità dei tavoli, al design piacevolmente minimalista delle lampade, fino ai piatti e ai calici, coerentemente col contesto, signorili presenze del convito.
Un attraente giardino, che promette pranzi all’aria aperta e, particolare tutt’altro che trascurabile, un prezioso riparo dalla folla urlante, completa la fisionomia del “Cortile”, creatura del geniale Toti Fiduccia, e di sua moglie Lidia.
Sublimata da un servizio professionale impeccabile, scandito da una sequenza di azioni, garbatamente teatrali che fanno da prologo, o da conclusione, alle pietanze, di sovente perfezionate e completate direttamente al tavolo, l’offerta gastronomica, policromatica e gioiosamente ospitata in canonici piatti di ceramica bianca e in recipienti dalle mutevoli fogge, dispensa non sporadiche emozioni, riuscendo nel non semplice compito di amalgamare materie prime comunemente considerate incompatibili, senza mai derogare all’armonia dell’insieme e alla riconoscibilità gusto-olfattiva degli ingredienti.
Il menu degustazione che ha allietato la nostra serata era così composto:
Antipasto
Crudo di tonno, cipolla all’aceto di riso, bottarga di tonno e salsa Ponzu all’aringa affumicata (elegante persino quest’ultima).
Quaglia e scampo, vezzeggiati da burro di nocciola, midollo e cipollotto.
Carciofo, con crema di gambi, latte di mandorla, uva passa e salsa dashi.
Accostamenti apparentemente azzardati, ma decisamente riusciti, che giocano sulla differenza di consistenze e sul contrasto tra morbidezza e tensione acido sapida.
Primo piatto
Minestra con spaghetti Mancini spezzati, ragù di polpo, cipolle e olive nere.
A parte la quantità “incongruamente esigua”, alloggiata sul fondo del piatto, una minestra magnifica, che nobilita una categoria spesso scarsamente considerata, incubo di generazioni di bimbi e adolescenti che impropriamente l’associano a un’alimentazione da influenza o da bua al pancino.
La minestra del “Cortile”, viceversa, è un caleidoscopico insieme di ingredienti che si fondono, sprigionando profumi e sapori assertivi e intensi, che conquistano autorevolmente e per intero naso e palato.
Last butnot least, la cottura al dente della pasta che, con la “complicità” degli altri ingredienti, evidenzia, oltre ad una notevole padronanza della tecnica culinaria, la capacità di compendiare e promuovere il dialogo tra ingredienti terragni e golosità marinare.
Secondo
Coniglio in porchetta con scalogno, Chutney di mela, cavolo nero e fondo al pepe di Timut.
Tecnicamente ineccepibile, e scevro da qualsivoglia approssimazione, il coniglio dispensa profumi e morsi di apprezzabile piacevolezza, conquistando l’olfatto con nuance speziate, e deliziando il palato con percezioni che, sebbene non raggiungano gli apici toccati dalla minestra con ragù di polpo, confermano la validità della cifra stilistica adottata dalla cucina.
Pre dessert
Sorbetto di arancia
Dessert
Dolce Miele: Miele, polline, castagne e lamponi.
Entrambi molto buoni e, soprattutto, scevri da eccessive ridondanze zuccherine (elemento tutt’altro che scontato, considerando la dolcezza di sovente smisurata che caratterizza la
pur splendida pasticceria siciliana).
La sequenza di pietanze, che risponde ad un pensiero estetico che non trascura mai il dettaglio, propone piatti fatti per godere, non solo per stupire, nei quali gli attori del romanzo gastronomico siciliano si vestono d’oriente e la materia prima, sapientemente elaborata, propone sensazioni ora vigorose, ora delicate, disegnando un percorso sensoriale stimolante e coinvolgente, che tratteggia un goloso ed estroverso viaggio del gusto.
Quanto ai vini…
All’altezza della proposta gastronomica, la carta dei vini, pur mantenendo una prevalente impronta territoriale, manifesta interessanti aperture nei confronti dei vocaboli enologici, sia nazionali che internazionali, permettendo di scegliere tra oltre 400 etichette, la compagnia migliore per il vostro simposio.
Cortile Pepe
Via Nicola Botta, 15 – Cefalù (PA) tel. 0921 421630
www.cortilepepe.it – info@cortilepepe.it
Quand’ecco palesarsi una presenza inaspettata
Vino iconico e imprescindibile, Clos de la Coulèe de Serrant, considerato, non impropriamente, uno dei più grandi vini bianchi del pianeta, è la creatura prediletta di Nicolas Joly, figura mitica della viticoltura biodinamica. Uno Chenin Blanc aderente all’appellation Savennieres, famoso per la propria longevità e per una profondità e complessità gusto-olfattiva che seduce l’apparato sensoriale di chi si accosta al calice.
Presenza inaspettata sulla nostra tavola, la Coulèe d.S. è stata una gradita manifestazione di generosità da parte dell’amico Antonio, che l’ha prelevata dalle scansie della sua cantina, dove era oggetto di amorevoli cure, per condividerla con noi.
Superfluo dire che a lui vanno i miei più sentiti ringraziamenti e la mia imperitura gratitudine.
Nonostante qualche leggiadro cenno di stanchezza la bottiglia, figlia della vendemmia 2008, elargiva toni mielati, ricordi di frutta secca, una succulenta mineralità, e una beva polposa e vibrante, impreziosita da un interminabile finale.
Al di là delle note organolettiche, il vino ha avuto il merito di farmi rivivere una delle più significative esperienze di un passato lontano, quando, circa tre decenni or sono, grazie ad un francese improbabile (il mio) e a una smisurata dose di pazienza (la sua), ho lungamente conversato con Nicolas Joly, abbandonando le mura della sua casa, lasciandolo libero di dedicarsi a cose sicuramente più comprensibili del mio pessimo francese, ricevendo in cambio due bottiglie (una aperta il giorno prima, che non mostrava nessun cenno di decadimento), da centellinare osservando attoniti il meraviglioso anfiteatro che ospita il suo vigneto, raggiungibile in pochi minuti di cammino percorrendo un suggestivo sentiero fiancheggiato da sarcofaghi, che ricordano gli scontri che insanguinarono la Francia oltre cinque secoli fa.
Fabrizio Russo
Critico enogastronomico, ha scritto per numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Ha collaborato per oltre 25 anni con la testata “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come redattore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Sicilia, e per il Piemonte, di parte delle Langhe per la guida ViniBuoni d’Italia edita dal Touring Club Italia. E' presidente dell’Associazione di Cultura Materiale Athenaeum che organizza eventi incentrati sui temi dell'enogastronomia d'eccellenza.





