Apologia golosa del Ciliegiolo

Vitigno ritenuto per tanto, troppo tempo, figlio d’un Bacco minore, il Ciliegiolo, per secoli considerato incapace, se vinificato in purezza, di esprimere profili qualitativi accurati e complessi, veniva utilizzato come uva da taglio, meritevole tuttalpiù di svolgere compiti marginali, conferendo, quando necessario, un’aggraziata aromaticità a blend incentrati su vitigni di più elevato lignaggio (in particolar modo il Sangiovese).

Se questa varietà non avesse beneficiato della caparbietà, della risolutezza e della tenace determinazione di una sparuta pattuglia di vignaioli, attivi soprattutto in Umbria e Toscana (citiamo tra questi due produttori che celebrano la poetica del vitigno coltivandolo sui suoli della Maremma toscana: Edoardo Ventimiglia e Antonio Camillo, oltre all’altro protagonista del rinascimento enologico del Ciliegiolo: Leonardo Bussoletti, di cui ampiamente parleremo nel prosieguo dell’articolo), sarebbe ancora verosimilmente costretta a calcare le tavole del palcoscenico vinicolo nazionale indossando le vesti incolori della comparsa.

Viceversa, così come nella favola di Hans Christian Andersen, il brutto anatroccolo si è trasformato negli anni in un magnifico cigno; un’entità consapevole della propria bellezza e del proprio fascino, in grado di sostenere senza timori reverenziali gli sguardi incuriositi, indagatori, e finanche altezzosi, di etichette premiatissime e blasonate, fino a ieri considerate degli inarrivabili archetipi qualitativi, e accomunate oggi al Ciliegiolo dall’apprezzamento di vaste schiere di wine lovers e dal giudizio favorevole, e non più soltanto episodico, della critica, che sempre più frequentemente colloca sulla cuspide della piramide enologica nazionale l’ex brutto anatroccolo.

Facciamo ora le presentazioni, cominciando proprio dal vitigno
Il Ciliegiolo, vitigno piuttosto popolare in Toscana dove copre una superficie vitata di poco inferiore a mille ettari (sui complessivi 1.800 distribuiti sull’intero territorio nazionale), è presente anche in Puglia, Liguria e Umbria. Introdotto tra i confini di Enotria, secondo teorie non da tutti condivise (lo stesso Bussoletti sostiene che documenti antichi avvalorano la tesi che il Ciliegiolo fosse già presente in Umbria nel 1200) da pellegrini provenienti da Santiago di Compostela -nello stesso anno in cui, attraverso la breccia di Porta Pia, le truppe italiane irruppero nella Capitale, e per questo conosciuto anche col nome di Ciliegiolo di Spagna- è una varietà a maturazione medio precoce, caratterizzata da grappoli coesi che presentano acini violacei piuttosto grandi e ricchi di pruina (recenti studi ampelografici hanno dimostrato che  Ciliegiolo e Aglianicone sono parenti stretti). Il Ciliegiolo, che ha indubbiamente beneficiato dell’abbandono di stilemi che privilegiavano colori scurissimi, opulenza e densità della beva, è attualmente oggetto di interpretazioni plurime, e tutt’altro che omogenee, che volteggiano tra vini caratterizzati da profili sensoriali disposti sul terreno dell’immediatezza e della semplicità (termine quest’ultimo che non ha affinità alcuna con la parola banalità), che cercano la piacevolezza, la leggiadria e il frutto, e vini dalle più elevate ambizioni organolettiche, che esibiscono affreschi gusto olfattivi policromi e ricchi di articolazioni, dosi massicce di energia e dinamismo, armonia gustativa, eleganza e profondità. Vini eloquenti e ricchi di sfaccettature, non di rado nobilitati da finali avvincenti e durevoli, che riassumono in modo luminoso e compiuto il concetto di complessità.

Parliamo ora di Leonardo Bussoletti, cantore geniale e fecondo del Ciliegiolo
Fieramente monotematica, almeno per ciò che attiene la produzione “rossista”, l’azienda dell’operoso Leonardo Bussoletti sublima dal 2008 le qualità del Ciliegiolo, dando vita ad una produzione, quantitativamente modesta ma di eminente spessore qualitativo, di circa 40.000 bottiglie annue, realizzate, assecondando i precetti dell’agricoltura biologica, trasformando le uve provenienti da 9 ettari di vigneto, distribuito sui rilievi collinari di 4 diversi comuni: Narni, Alviano, Penna in Teverina e San Gemini. Vignaiolo poliedrico e sognatore, Leonardo ha contribuito in modo determinante a salvare l’amato vitigno dal rischio dell’oblio, non limitandosi a rivestirlo con sontuosi panni organolettici, ma diffondendone il verbo attraverso l’attività dell’Associazione dei Produttori del Ciliegiolo di Narni, da lui fondata, con il coraggioso contributo di un drappello di vignaioli locali, nel 2014. L’Associazione, di cui Leonardo è presidente, composta da sette aziende unite dall’amore per il Ciliegiolo e dalla volontà di valorizzare l’areale vitivinicolo di Narni, organizza eventi lodevolmente ecumenici, come “Il Ciliegiolo d’Italia”, vetrina che espone le differenti anime e i diversi contesti territoriali che assistono alla coltivazione del vitigno. Non posso esimermi dal ricordare, con estremo piacere, un’iniziativa organizzata dall’associazione venerdì 10 dicembre 2021, dedicata alla stampa di settore. L’evento iniziato con un’interessantissima degustazione coperta di etichette prodotte dalle realtà aderenti all’associazione (oltre al Ciliegiolo, presentato attraverso un’apprezzabile profondità di millesimi, dal 2012 al 2020, e declinato nei modi più disparati, hanno elargito sensazioni tutt’altro che effimere diversi vini prodotti con uve a bacca bianca), ha vissuto un affascinante e goloso epilogo tra le possenti mura della Rocca Albornoziana, sede per l’occasione di un paradisiaco simposio, sublimato dai fantastici manicaretti plasmati dai fratelli Sandro e Maurizio Serva, titolari e chef del ristorante bistellato La Trota, e abbondantemente innaffiato da molteplici espressioni di Ciliegiolo.

Non asseconderò l’animo prolisso che alberga in me, cedendo alla tentazione di raccontarvi tutti i piatti del menu, anche se ciò mi impedisce di soffermarmi su pietanze che travalicano le categorie del buono, e finanche dell’eccellente, giacché aderiscono a pieno titolo al genere: “indimenticabili esperienze sensoriali”, come ha indiscutibilmente certificato l’assaggio dell’uovo di carciofo, celebre cavallo di battaglia del ristorante.

Completiamo il racconto che riguarda Leonardo, che si è avvalso agli albori del suo cammino enologico della collaborazione di un personaggio dello spessore di Federico Curtaz, sottolineando come la sua irrefrenabile voglia di sperimentare e di migliorare, sfociata tra l’altro nell’edificazione della nuova ed efficiente cantina di San Gemini, edificata nel rispetto della sostenibilità ambientale, oltre che nella creazione di nuove gemme, come il Grifo di Narnia, non è affatto disgiunta (come dimostra il progetto da lui promosso, denominato “Ciliegiolo for Art”, che contempla il recupero del ciclo decorativo di 33 lunette del Chiostro dell’ex Convento di Sant’Agostino di Narni) dall’impegno profuso nel tentativo di valorizzare gioielli artistico architettonici del territorio narnense, e dalla promozione del dialogo tra la cultura materiale e i “saperi alti/altri”.

La degustazione
Hanno partecipato al panel di degustazione: Fabrizio Russo, Michelangelo Fani, Lorenzo Di Giulio, Fabio Colletti, Alicia Cabrera.

Abbiamo scelto di parlare del Ciliegiolo, e per questo il motivo evitiamo di allargare il discorso al rosato e alle etichette aziendali prodotte da Bussoletti con varietà a bacca bianca, come il Grechetto Colle Ozio e l’Umbria Igt Bianco Colle Murello; vini magnifici che rappresentano, nelle rispettive tipologie, degli ineludibili parametri qualitativi.

Narni Igt Ciliegiolo 05035  2020
Emerge, tra i vini presenti sugli scaffali dell’intera Enotria, per il vantaggioso rapporto tra qualità e prezzo, rivelando, a coloro che accostano nasi e bocca al calice, un’immagine immediata, dettagliata e nitida, dell’indole varietale del Ciliegiolo. Espressivo e ben delineato, lo 05035 (il nome-numero è quello del CAP di Narni), armonioso e snello gruppo scultoreo vinicolo consacrato alla piacevolezza e alla bevibilità, esibisce toni cromatici insolitamente scuri e un rutilante cosmo aromatico, con percezioni fruttate che aderiscono paradigmaticamente alla personalità dell’uva: ciliegia, piccoli frutti di bosco e arancia sanguinella, armoniosamente fuse con ricordi speziati, suggestioni floreali e note erbacee, contornate da una ferrosa mineralità. La beva, sbarazzina e sorridente, è scandita da una trama tannica decisa, ma non belligerante, e da un’energica e dinamica progressione, frutto dell’azione d’una misurata spina acido sapida. Goloso il finale, che ripropone coerentemente le sensazioni percepite dall’olfatto.

Grifo di Narnia 2018
Non è ancora in commercio il Grifo di Narnia, ultimo nato della cantina, che non nasconde l’ambizione di salire, un giorno, ai vertici della gamma produttiva aziendale. Caratterizzato da un quadro sensoriale assai diverso dagli altri Ciliegiolo (è pur vero che nessun componente della famiglia somiglia sensibilmente agli altri) e reduce da una prolungata sosta tra le doghe di botti di grandi dimensioni, presenta un’impronta stilistica di stampo tradizionale, e un quadro d’insieme che, nonostante la totale assenza di disarmonie e approssimazioni, riverbera le indeterminatezze e le asimmetrie tipiche di un vino, “in divenire” importante, colto però in una fase ancora giovanile. Il naso alterna, con flebile gradualità, profumi e colori autunnali: note ematiche, ruggine, tamarindo, liquirizia e sottobosco, e sensazioni primaverili: fragole in confettura, ricordi di marasca, cacao. Giunto nel cavo orale il Grifo mostra una vibrante energia, non disgiunta però da un’idea di incompiutezza. Un vino, in sostanza, ancora alla ricerca di una sua ottimale fisionomia, seppur già nobilitato da una vivificante freschezza e da una raffinata tannicità. Un ciliegiolo austero, che anche a costo di ridimensionare la sua identità varietale (allo stato attuale in effetti poco riconoscibile), suggerisce un modello che enfatizza gli aspetti più crepuscolari e scuri del vitigno, può diventare un prototipo stilistico diverso da quelli già esistenti? Siamo curiosi di vedere cosa gli riserverà il futuro, e fermamente convinti che un ulteriore sosta nel contenitore vitreo non gli farebbe male; giacché i vini, lo sanno perfino gli astemi, “sò un po’ come le creature: ce vò pazienza”.

Narni Igt Ciliegiolo Ramici 2018
Il Ramici, nobile cru dell’azienda, è frutto della vinificazione in purezza di uve Ciliegiolo, allevate a doppio cordone speronato e giunte a maturazione su viti di 45 anni che insistono su terreni sabbiosi situati nel comune di Alviano. Rese estremamente contenute (dai 300 ai 400 grammi per pianta), vendemmie manuali e fermentazioni attivate da lieviti indigeni, precedono un lungo periodo di maturazione e affinamento, che il vino trascorre: prima tra le doghe di tonneau da 500 litri (12 mesi), successivamente all’interno di botti di rovere da 25 hl. (altri 12 mesi), e infine tra le pareti della bottiglia (8/12 mesi). Vestito d’un pallido color carminio, sfoggia ammalianti tratti borgognoni, a partire dal policromo palcoscenico olfattivo, calpestato da attori avvolti da sgargianti ed elegantissime vesti, che mostrano croccanti riconoscimenti fruttati: ciliegia, melagrana e lamponi su tutti, nuance balsamiche e voluttuose sfumature floreali, di geranio e rosa. L’assaggio, armonioso, avvolgente e pienamente all’altezza delle aspettative indotte dalla sfarzosa performance del naso, è sublimato da un tessuto tannico felpato, snello, ma non acquiescente, e da una proporzionata impalcatura acida, che vivacizza la beva accompagnandola verso un finale, prolungato e coerente con il naso, di notevole ampiezza e profondità. Un vino che lascia emergere dalle pareti del calice, un intonato e corale inno all’eleganza.

Narni Igt Ciliegiolo Brecciaro 2019
Più d’uno, nel sottolineare le differenze tra Ramici e Brecciaro, semplificando forse un po’, attribuisce al primo un animo borgognone (e fin qui ci siamo), accostando invece il secondo alle estrinsecazioni enoiche di Bordeaux. Ciò detto (una delle cose più belle del mondo del vino è che, dal punto di vista cognitivo, filosofico, estetico, produttivo…. i nettari di Bacco non sono mai frutto di un “pensiero unico”, bensì di una molteplicità di visioni e interpretazioni), per noi il Brecciaro, etichetta che seguiamo con grande interesse, non da ieri, è un aristocratico vino contadino, che oltre a svelare i caratteri più autentici e profondi del vitigno, propone una nitida griglia di lettura, utile per interpretare la grafia dei suoli; un vino dallo spiccato animo territoriale, che afferma orgogliosamente la propria appartenenza al comprensorio vitivinicolo narnense. La luminosa veste color rubino anticipa un ventaglio olfattivo vasto e stratificato, che apre inizialmente su toni di ciliegia, ribes nero e mirto, fusi con voluttuose note floreali, virando poi su riconoscimenti più scuri, di grafite, china, laccio di liquerizia e spezie. L’ingresso al palato evidenzia un’apprezzabile dotazione estrattiva, che non induce però il sorso ad assecondare qualsivoglia esibizione muscolare, giacché la barra del timone stilistico rimane fermamente indirizzata verso una espressività elegante e tersa, esito dell’incontro tra tannini di nobile fattura e una corroborante freschezza acida, voluttuosamente ammansiti dal caldo abbraccio dell’alcol.

Leonardo Bussoletti. Via Strada delle Pretare, 62  Loc. Miriano Narni (TR)
Tel. 0744 715687  www.leonardobussoletti.it  – info@leonardobussoletti.it
Proprietà: Leonardo Bussoletti.

Fabrizio Russo

Print Friendly, PDF & Email

Critico enogastronomico, ha collaborato a numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Da oltre 20 anni scrive per “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come collaboratore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Abruzzo e Puglia per la guida ViniBuoni d’Italia, e presidente dell’associazione Athenaeum.

Previous articleVino e territorio: Montebaldo Bardolino Doc e Unione Montana del Baldo-Garda a lavoro per una identità comune
Next articleUn’Annata a Barbaresco