Non è facile condensare nello spazio di un articolo la storia di un’azienda che ha
scritto alcune delle più affascinanti pagine del romanzo del vino italiano; soprattutto
considerando che quella di Lungarotti, realtà iconica del comparto vitivinicolo
umbro, più che una storia di ordinaria vitivinicoltura, è un succedersi di eventi che
sublima, oltre alla cultura del vino, quella dell’olio e, più in generale, le consuetudini
e i saperi che caratterizzano la cultura materiale dei popoli del Mediterraneo.
Nata nei primi anni ’60 sui suoli di Torgiano, attraente borgo medioevale sito alla confluenza tra il fiume Chiascio ed il Tevere, l’azienda è frutto dello spirito d’iniziativa e delle felici intuizioni di papà Giorgio, antesignano della viticoltura di
qualità che, con spirito pioneristico, ridefinì la fisionomia del vino umbro, riuscendo
nella titanica impresa di far travalicare gli steccati mediatici dell’oblio, nei quali da
tempo era confinata, non soltanto Torgiano, ma l’intera regione e, come asserì Hugh
Johnson (voce autorevole della critica enologica, autore, con la collaborazione della
collega Jancis Robinson, di plurime edizioni dell’utilissimo Atlante mondiale dei
vini) “a portare l’Umbria sulle mappe del vino internazionale”.
Contrassegnata da un’erudizione, non solo enologica, che permea ogni aspetto della
sua attività, l’azienda è caratterizzata, dalla scomparsa di papà Giorgio, da una
conduzione in “rosa”; con Maria Grazia Lungarotti, storica dell’arte, creatrice negli
anni ’70 del Museo del Vino e, in un secondo tempo, anche di uno dedicato all’olio,
nonché direttrice della Fondazione Lungarotti, validamente supportata dalle sue
dinamiche figlie: Teresa, una laurea in Enologia perfezionata presso l’Institut
d’Oenologie de l’Université de Bordeaux, responsabile del marketing e della
comunicazione, e la di lei sorella Chiara, laureata in agraria e reduce da significative
esperienze consumate tra le vigne, le cantine e i banchi delle scuole enologiche di
Bordeaux, cuore pulsante, nonché mente, delle strategie vitivinicole aziendali.
Le incombenze strettamente enoiche, invero, sono condivise da Chiara con una figura
maschile, quella di Lorenzo Landi, tra i più autorevoli e competenti enologi di
Enotria, a cui spetta il compito di tradurre le uve, raccolte su un fitto reticolo di
vigneti, che copre complessivamente una superficie di oltre 250 ha (a quelli ricadenti
sui suoli di Torgiano si sono aggiunti, dai primi anni del nuovo millennio, quelli della
tenuta di Montefalco), in un assortimento produttivo che oltrepassa ampiamente i due
milioni di bottiglie.
La gamma, composta da vini eloquenti, costantemente nitidi, e rispettosi del varietale,
si compone di un elevato numero di etichette, che esibiscono uno spessore qualitativo
che spazia dal buono all’eccellente.
Annoveriamo tra quelli aderenti a quest’ultima categoria il San Giorgio, primo
“superumbrian”, creato da Giorgio Lungarotti alla fine degli anni ‘70.
Baluardo di una tradizione che indirizza amorevoli sguardi verso la modernità, questo
blend di sangiovese e cabernet sauvignon, coraggiosamente posto in commercio
diversi anni dopo la vendemmia, veicola struggenti emozioni organolettiche,
dispensando profumi di ciliegia sottospirito, prugna, cuoio, tabacco e spezie, che
preannunciano una beva, proporzionata e dinamica, arricchita da un sottile nerbo acido, da tannini vellutati, e dal terso ritorno, nella fase retrolfattiva, dei riconoscimenti odorosi.
Anche ad altre etichette, a quella del Rubesco in primo luogo, va ascritto, oltre al
merito di aver dato lustro all’immagine aziendale, quello di aver divulgato il verbo
enologico di Torgiano nei più reconditi angoli del pianeta e, più d’ogni altra cosa,
d’aver fornito un contributo determinante, che ha permesso al comparto vinicolo
d’appartenenza, di mostrare un’anima e di acquisire una delineata e forte identità.
La nostra narrazione, tuttavia, lungi dal pretendere di esplorare esaustivamente le
molteplici espressioni della gamma, si concentrerà “soltanto” su alcune delle più
iconiche etichette aziendali, riservando al mitico Vigna Monticchio, protagonista di
una sorprendente degustazione verticale, lo spazio e la visibilità che questo
intramontabile fuoriclasse ampiamente merita.
Quanto segue è frutto delle considerazioni fatte a valle degli assaggi da Fabio
Turchetti e Fabrizio Russo (sensazioni che proveremo a descrivere sinteticamente,
senza scadere, speriamo, in un didascalico “Bignami della degustazione”),
nell’ambito di un’iniziativa organizzata dall’associazione Athenaeum – L’Ateneo
dei Sapori, alla presenza dell’affabile, competente, e sempre felicemente chiara
(perdonate il gioco di parole)…. Chiara Lungarotti; persona splendida che, è stato
bello constatarlo, è felicemente rimasta quella di “qualche anno fa”, quando, ancora
impegnati nelle attività della Condotta Romana di Slow Food, avemmo modo, Fabio
ed io, nel corso di una mai dimenticata degustazione dei vini della sua azienda, di
apprezzarne la freschezza, la spontaneità, la competenza e il modo, amabilmente
comunicativo, che impiegava, e che tuttora utilizza, per argomentare il suo punto di
vista.
Il racconto della degustazione:
Metodo Classico Brut millesimato 2018
Frutto del dialogo tra pinot nero e chardonnay, presenta, preceduti da un perlage sottile ed insistito, tratti gusto-olfattivi leggibili e invitanti, dispensando al naso toni
soavemente floreali, intrecciati con ricordi di frutta secca, pasticceria da forno, agrumi e tostature dolci, fusi con un’intrigante mineralità. Aggraziato, seppur inizialmente severo, l’assaggio mostra una vena acida e un pronunciato timbro sapido, che, giustapponendosi a un insieme soavemente polputo, conferisce al sorso cospicue dosi di freschezza e di dinamismo. Una prova autorevole e ammirevole, vieppiù considerando il prezzo onestissimo, e l’appartenenza ad un comparto vitivinicolo, quello umbro, che, tranne rare eccezioni, non annovera vini spumantizzati tra i suoi cavalli di battaglia.
Torgiano Bianco Torre di Giano Vigna Il Pino 2020
Esito della vinificazione di grappoli raccolti sui filari dell’omonima vigna, distesa sui declivi collinari di Brufa, Vigna il Pino, che prende il nome da un monumentale pino
secolare che dominava dall’alto, prima che un fulmine lo centrasse in pieno, distruggendolo, la Valle del Tevere, è frutto della virtuosa relazione tra vermentino, grechetto e trebbiano. Tra i primi bianchi della penisola a godere del rapporto con il
legno, svolge la fermentazione alcolica per un terzo tra barrique (20%) e legni grandi (80%), e per i rimanenti due terzi in serbatoi d’acciaio, ma, stiano pur sereni gli intolleranti agli eccessi vanigliati: un dosaggio più che sapiente del rovere, sottrae naso e bocca da fastidiose interferenze legnose, preservando la purezza aromatica delle uve.
Il vino, che evoca le origini romane di Torgiano, testimoniate dalla torre dedicata a Giano, il dio bifronte, già esplicito all’assaggio nell’affermare la sua adesione ai temi del territorio, ribadisce il suo legame con quest’ultimo, e con l’arte della
vinificazione, anche attraverso l’etichetta, che propone un particolare dell’incantevole Fontana Maggiore di Perugia, raffigurante la vendemmia.
Giallo paglierino di bella luminosità, dispiega un intenso e nitido impianto olfattivo,
che intervalla con estrema disinvoltura: toni di agrumi, susina, melone d’inverno e
frutta esotica, con invitanti riconoscimenti di caramella d’orzo, mandorla, macchia
mediterranea, ginestra e fiori di zagara. Coerente con il naso, il palato denota corpo,
energia e spessore, con la nota alcolica contrastata da una rinfrescante e modulata
impalcatura acida, che dinamizza il sorso, accompagnandolo verso un finale,
agrumato e sapido, di rilevante profondità.
Verticale di Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Riserva
E’ stata persino superiore alle pur grandi aspettative, e vettore di avvincenti percezioni sensoriali, la verticale di “Vigna Monticchio”, intramontabile archetipo della viticoltura umbra, che sublima le caratteristiche del sangiovese, varietà iconica e popolarissima, soprattutto, ma non solo, dell’Italia centrale. Cotanta popolarità,
ahinoi talvolta mortificata da interpretazioni produttive arruffate, improntate alla quantità, più che alla qualità, è viceversa ampiamente spiegata dalle esibizioni organolettiche, non solo dei blasonati “Brunello” e dei suoi fratelli toscani, ma in egual misura proprio dal Rubesco Vigna Monticchio, artefice di un’esibizione
entusiasmante che ha meritato, molteplici volte, i convinti applausi da parte dei presenti alla degustazione. Allevate a doppio cordone speronato, e fermentate in serbatoi d’acciaio, le uve sostano 12 mesi tra le doghe della barrique, affinandosi poi per diversi anni nel contenitore vitreo. Monumento di complessità, eleganza e adesione ai caratteri dell’annata, il vino, prodotto in versione “Riserva” a partire dal 1964, si presta ad abbinamenti importanti, con pietanze dalla struttura robusta e dai sapori intensi, senza dimenticare che la sua straordinaria longevità è la chiave golosa che permette di accostare, per assonanza, le affascinanti ed evolute percezioni di una bottiglia di circa 30 anni, a tartufi e funghi, a una faraona alla leccarda, a un fagiano, a una pernice, o ad altra selvaggina da piuma o da pelo: non ce ne vogliano animalisti e vegetariani, che potranno comunque godere delle gioie del calice, sposandolo con un risotto al Castelmagno, con un uovo fritto (poco, e rigorosamente con il burro), generosamente nobilitato da lamelle di Tuber magnatum Pico, senza trascurare il matrimonio, non di rado entusiasmante, tra il vino e un cacio a latte crudo sapientemente stagionato.
Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Ris. 2019
Rubino intenso con sfumature violacee, che tradiscono l’età ancora adolescenziale del
vino, esibisce uno spettro olfattivo sensuale e nitido, che apre su riconoscimenti di
ciliegia e piccoli frutti di bosco, fusi con tamarindo, note terrose, spezie orientali,
tabacco biondo, arancia sanguinella, sentori ematici e vivissime percezioni floreali,
principalmente petali di viola; anticipazione di una bocca, espressiva e succosa, di
ammaliante articolazione, impreziosita da un finale, coerente con l’olfatto, di
apprezzabile persistenza.
Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Ris. 2018
Il naso, dotato d’un esteso e terso ventaglio, apre su note di frutta rossa matura:
marasca e piccoli frutti di bosco, che precedono riconoscimenti speziati, tabacco,
liquirizia, cenni balsamici, cacao, grafite, tabacco biondo e petali di rosa e di viola.
La beva, libera da intromissioni legnose, amalgama morbidezza, verticalità ed
energia, raggiungendo un encomiabile equilibrio, grazie al contributo di
un’armoniosa presenza acida, e di una trama tannica serrata e composta. Buonissimo
anche subito, sappiate però che concedergli ancora 5 o 6 anni di bottiglia, vi
consentirebbe di cogliere quegli aspetti ricchi di fascino, allo stato attuale soltanto
accennati.
Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Ris. 2010
Seconda annata prodotta senza il contributo del canaiolo, la prima col sangiovese in
purezza è stata quella del 2009, è un sogno allo stato liquido, questo figlio di un
millesimo davvero fantastico per il sangiovese, che gratificato da un andamento
climatico finalmente benevolo, ha prolungato la sua permanenza sui filari fino alla
prima decade di ottobre. Sintesi di memorie enologiche antiche, trascritte con
l’inchiostro dell’eleganza, e di una non artefatta modernità, il vino chiarisce
compiutamente quale ideale stilistico ispiri la cantina. Singolarmente giovanile sin
dalle fattezze cromatiche, con il manto color rubino attraversato da luminose nuance
violacee, mostra un impianto odoroso vasto ed incisivo che, volteggiando tra toni
autunnali e accenti primaverili, presenta ricordi fruttati, di marasca sotto spirito,
prugna e piccoli frutti di bosco, fusi con riconoscimenti speziati, di pepe e
cardamomo, cuoio, tabacco e refoli balsamici. Assonante con il naso, la bocca
manifesta eleganza e complessità, con la nota alcolica, elevata ma non ridondante,
contrastata da una vivificante spina acida, e da un’intelaiatura tannica, arrotondata ma
ancora energica, che scandisce i tempi del sorso, conducendolo verso un finale,
intenso e inesauribile, che replica coerentemente il racconto delle percezioni olfattive.
Un capolavoro che rasenta la perfezione, impressionando per la freschezza, per la
raffinata tessitura del tannino, e la magnificenza del mosaico olfattivo, composto da
tessere, policrome e luminose, di ammaliante e sorridente profondità.
Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Ris. 2005
Rubino limpido, tendente al granato, il vino mostra, sia al naso che in bocca, una
soffusa e ricercata bellezza. Meno assertivo e autorevole dell’immenso 2010, si
inserisce a pieno titolo nel solco stilistico della cantina, esibendo un impianto
aromatico ricercato e prodigo di richiami fruttati: prugna e ciliegia sotto spirito, fusi
con refoli speziati, soavi ricordi vegetali, goudron, cuoio, karkadè e note di
sottobosco. La bocca, intensa e vitale, non percorre il sentiero dell’opulenza,
preferendo dirigersi verso un percorso improntato a caratteri di equilibrio e di
eleganza, concludendo la propria marcia con un finale persistente, non privo di slanci
emozionali.
Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Ris. 1997
Commovente e sorprendente! Un vino che ha mantenuto, neppure in modo troppo
velato, memorie di frutto, e un’integrità organolettica che pochi attribuirebbero, se
degustata alla cieca, a una bottiglia che si avvia a spegnere le 30 candeline. Estraneo
a qualsivoglia indeterminatezza o imprecisione, questa meraviglia enoica manifesta,
già al naso, un’ammaliante personalità, mostrando caratteri terziari: sottobosco,
cuoio, tabacco, foglie di tea macerate, un bouquet di fiori secchi, ricordi di humus,
note fungine, spezie orientali, tamarindo e liquirizia, fusi con nuance di melagrana e
confettura di lamponi. Il palato, di insospettabile vitalità, è animato da un palco acido
pronunciato, sebbene non graffiante, e da un tessuto tannico vellutato e maturo che,
seppur scevro da bellicosità, non rinuncia a vivacizzare la beva. Finale armonioso, di
golosa e prolungata persistenza. Un vino maestoso che rende esplicita l’attitudine
all’invecchiamento di questo superbo protagonista della commedia vinicola
nazionale.
Il Sagrantino
Inizia con l’acquisizione di 20 ha di terreno, seguiti nel 2021 dai lavori intrapresi per realizzare la cantina, l’avventura vitivinicola della famiglia Lungarotti a Montefalco,
nel regno di sua Maestà il Sagrantino. La sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali, già mostrata a Torgiano, si ritrova immutata a Montefalco, sede di una
cantina ipogea che utilizza la gravità per il caricamento e la vinificazione delle uve, fucina di vini (oltre all’imprescindibile Sagrantino, anche delle altre denominazioni tipiche del comprensorio montefalchese) che, a partire dal 2014, sono certificati bio.
Montefalco Sagrantino 2019
Esordisce con una sorridente macedonia odorosa questo Sagrantino 2019, latore di un impianto olfattivo che contempla: riconoscimenti di ciliegia matura, lampone,
prugna, tabacco biondo, cacao, erbe aromatiche, toni sanguigni, refoli speziati e leggiadre note balsamiche. Nonostante la materia liquida “carnosa”, e la coesa
struttura del tannino (il vino esibisce più che legittime esuberanze giovanili, sgomitando e sprizzando vitalità all’interno della bottiglia), non sono i muscoli a
prevalere, poiché la componente estrattiva, seppur copiosa, non straripa, efficacemente contrastata da un’incisiva ma ben integrata impalcatura acida, che conferisce agilità ed equilibrio ad una beva allietata da tannini sapientemente
addomesticati, di aristocratica e levigata fattura.
Complessità ancora in divenire, quantunque l’incantevole stratificazione del quadro
olfattivo consenta di presagire un suo radioso futuro; ma anche stappandolo ora, il
vino, per l’eleganza, l’espressività e l’armonia dell’insieme, già è in grado di elargire
sorsi di struggente piacevolezza.
Colgo l’occasione per complimentarmi sentitamente con Chiara Lungarotti per la nomina, avvenuta nello scorso mese di novembre, a presidente del Comitato Grandi Cru d’Italia, associazione che riunisce firme prestigiose e storiche del vino italiano, e per augurare a tutti voi un felice e vinoso 2025.
Fabrizio Russo
Critico enogastronomico, ha collaborato a numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Da oltre 20 anni scrive per “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come collaboratore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Abruzzo e Puglia per la guida ViniBuoni d’Italia, e presidente dell’associazione Athenaeum.





