Lunga vita ai vini bianchi (parte seconda)

E continuiamo [vedi parte prima] con questa carrellata di assaggi di vini bianchi lasciati a maturare per alcuni, a volte parecchi anni, in bottiglia, per offrire ai lettori la conferma della loro capacità, ancora troppo sottovalutata, di arricchirsi col tempo nei profumi e nel gusto.

Kellerei Kaltern-Cantina di Caldaro Via Cantine, 12 – Caldaro
Südtirol – Alto Adige DOC Sauvignon Castel Giovanelli 2014
Fondata agli inizi di quello che Eric Hobsbawm chiamava il “secolo breve”, la Cantina di Caldaro gestisce, attraverso il lavoro certosino di 590 soci, 440 ettari di superficie vitata, che forniscono grappoli bastevoli ad avviare circa 4 milioni di contenitori vitrei verso la catena di imbottigliamento. Centrale nelle dinamiche aziendali è la Kalterersee (Schiava) che, nonostante il forte ridimensionamento della sua superficie complessiva, rimane tuttora una tra le varietà più coltivate dell’Alto Adige, e rappresenta uno degli storici cavalli di battaglia della cooperativa. Trasformando sia uve a bacca rossa, che acini bianchi, Kaltern compone un assortimento produttivo che individua nella linea Quintessenz la sua espressione più prestigiosa. Aderisce a quest’ultima un sensuale Sauvignon, erede del vino che ci accingiamo a raccontarvi.
Da uve Sauvignon Blanc, allevate a guyot in un vigneto posto a 500 metri s.l.m., su suoli argilloso-calcarei, e fermentate grazie all’azione di lieviti indigeni, tra le doghe di botti grandi di rovere e di tonneau, il vino, a dispetto dell’appartenenza ad un millesimo tutt’altro che semplice, caratterizzato da un inverno con temperature al di sopra della media, e da un’estate particolarmente piovosa, ammalia, per ampiezza e intensità del policromo affresco odoroso che, dapprima riluttante a mostrarsi, esibisce, dopo una breve sosta nel calice, un caleidoscopio di raffinati riconoscimenti: salvia, pompelmo, frutta secca, miele di acacia, fiori bianchi e suggestioni tropicali, abbracciati ad una esplicita mineralità. Coerente con l’elevato spessore qualitativo del naso, il palato denota vitalità e slancio, con la nota alcolica ben amalgamata con la spina acida, copiosa ma di eccellente fattura. Eleganza, profondità, e una lodevolissima armonia dell’insieme, non sempre usuale in un vino dai così marcati tratti organolettici, accompagnano il sorso, conducendolo verso un finale di inesauribile persistenza.

Roberto Sarotto Località Ronconuovo, 13 Neviglie (CN)
Gavi del comune di Gavi Docg Bric Sassi Tenuta Manenti 2003

Situata in quel di Neviglie, l’azienda di Roberto Sarotto, nonostante la non risibile quantità di bottiglie prodotte, circa 900.000, mantiene un carattere tipicamente familiare, che vede il dinamico papà Roberto, supportato nei suoi molteplici impegni dai due figli e dalla moglie Aurora.
Per una descrizione generale dell’azienda, possiamo dire che cardine di una gamma produttiva variegata e ampia sono i vini aderenti alle denominazioni classiche dell’Albese, frutto di una scelta stilistica rigorosa e originale, che persegue l’aderenza al varietale, la stratificazione olfattiva e la profondità del sorso, volteggiando tra la sensuale florealità del Barbaresco Currà, l’autorevolezza tannica del Barbaresco Gaja Principe: monumento di possanza dall’elevato contenuto alcolico e, last but not least, la Barbera Elena, comunicativa e ammaliante al naso, ricco di descrittori fruttati fusi con spezie, china e mirto; polposa e densa al palato, animato da tannini modulati che, muovendosi di concerto con il palco acido, accordano al sorso un goloso dinamismo. Uno strillato peana alla convivialità, che rimanda ad: “Amici beviamo”, Trinklieder composto da Mozart, che termina con un gioioso: “Viva l’amore e il vino! Cosa c’è di più bello sulla terra?”.
Ma dopo essere abbondantemente andati fuori tema, recuperiamo i toni cromatici del bianco, con il Gavi del comune di Gavi DOCG Bric Sassi Tenuta Manenti. Quello relativo al millesimo 2003 esibisce una luminosa veste color oro antico. Da uve Cortese vendemmiate su vigne di quarant’anni, coltivate su marne calcaree nasce questo vino assolutamente sorprendente, per la precisione e l’intensità dei petali che compongono la sua policroma corolla, il naso dispensa note di buccia d’arancia, zafferano, fiori secchi, spezie dolci, erbe aromatiche, pera, miele di castagno e legna arsa, evidenziando una ricchezza aromatica difficile da raggiungere in millesimi funestati da gelate primaverili, siccità e temperature torride. Assonante con le dinamiche olfattive, la beva, più incline alla complessità che alla piacevolezza, lungi dal presentare cenni di stanchezza, manifesta vigoria e dinamismo. L’attacco, deciso e improntato a severità e verticalità delle sensazioni, permette al vino di conquistare interamente il cavo orale. Proporzionata ma energica, l’impalcatura acida contrasta la densità glicerica del sorso, conferendo vivacità ed equilibrio alla beva, e accompagnandola verso un finale prolungato e sapido, rallegrato da una deliziosa latenza amaricante.

Cadgal-Tenuta Valdivilla  Strada vecchia di Valdivilla,1- Santo Stefano Belbo (CN)
Moscato d’Asti Docg Vigna Vecchia Collection 2014

Mai considerato nel novero dei vini bianchi da invecchiamento, il Moscato Bianco, varietà appartenente a una delle più popolose famiglie di vitigni della penisola, sconvolge radicate convinzioni, e consolidate certezze, dopo l’assaggio del Moscato d’Asti Vigna Vecchia Collection del 2014, annata, peraltro, tra le meno felici del nuovo millennio.
In realtà prove che attestavano la longevità del vino le avevamo già avute diversi lustri or sono, nel corso di un evento svoltosi tra le blasonate mura del St. Regis Grand Hotel di Roma, al quale avevano partecipato più di 50 aziende piemontesi.
Produsse allora un notevole stupore l’assaggio di un Vigna Vecchia di oltre 10 anni, vivissimo e ricco di sfaccettature al naso, intensissimo e ricco di descrittori aromatici verdi come salvia, erba falciata e un’esplosione di erbe officinali, fusi con note di pesca bianca e fiori di sambuco.
L’ultimo nato, nonché protagonista dei nostri assaggi, il Vigna Vecchia Collection, dichiara apertamente l’intento di attestare le capacità di invecchiamento del Moscato d’Asti, aumentando il tempo di affinamento nella sabbia, da 60 a 120 mesi.
“Evoluzione” del Vigna Vecchia, il Collection, frutto della selezione di 514 bottiglie del Vigna Vecchia, che hanno prolungato l’affinamento nella sabbia fino a 120 mesi, esibisce un’iniziale severità al naso, più avanti segnato da note minerali e cenni garbatamente erbacei, amalgamati con nuance balsamiche e sentori di frutta secca. Beva fresca ed energica, scevra da ingerenze ossidative e mirabilmente equilibrata nelle componenti acido-gliceriche.

Azienda Agricola Palazzone Loc. Rocca Ripesena, 68 Orvieto (TR)
Orvieto Classico Superiore Doc Terre Vineate 1993 e 2014 

Non possiamo addossare colpa alcuna a Giovanni Dubini, titolare dell’azienda Palazzone, se i bianchi da invecchiamento sono ancora un oggetto misterioso per molti seguaci di bacco. Lui il tema longevità lo ha trattato ripetutamente, nobilitandolo attraverso interpretazioni che hanno dato lustro ad un territorio dalle potenzialità infinite, purtroppo afflitto da politiche produttive indirizzate verso la quantità, e scarsamente contrastato dall’inadeguatezza di un disciplinare limitatamente al passo coi tempi.
I suoi Orvieto, ma anche gli altri vini della gamma, muffati e rossi compresi, riescono ad invecchiare magnificamente mantenendo caratteri di freschezza e una mirabolante aderenza a descrittori aromatici che solitamente caratterizzano la fase giovanile del vino. Giovanni si sottrae ai complimenti affermando che il merito, non è suo, ma del territorio.

Se lo dice lui…quel che è certo è che i suoi vini veicolano emozioni, sebbene i vitigni che partecipano al blend dell’Orvieto quali il Procanico, il Verdello, la Malvasia, il Drupeggio e il Grechetto non siano mai stati considerati degli autentici fuoriclasse.
Eppure, dal Musco, nobile vino contadino realizzato con tecniche enologiche arcaiche, al Campo del Guardiano, centravanti di razza della compagine degli Orvieto, fino al Terre Vineate, tutti i bianchi della cantina sono in grado di sfidare, senza tema di subire disfatte, le ingiurie del tempo.

Pochi mesi prima dell’arrivo del Covid mi recai con tre amici, a trovare Giovanni in cantina. Arrivati alla cortese domanda: “che vino ti piacerebbe assaggiare?” è stata sufficiente una brevissima consultazione coi miei compagni di bevute, per esprimere la nostra riconoscenza e chiedere, all’unanimità, un Orvieto invecchiato. Detto, fatto, avvolto dalla carta stagnola arrivò sul tavolo un vino dal color oro zecchino, screziato da luminosi bagliori color oro brillante. Era quel che desideravamo degustare, ma la sua integrità, il dinamismo e le proporzioni ineccepibili del palco acido, il panorama olfattivo assertivo e vasto ancora dominato da sentori primaverili, piuttosto che da note autunnali, ci ha fatto pensare a un Orvieto con non più 5/6 vendemmie alle spalle. E’ stato sufficiente spogliare dalla stagnola la bottiglia per renderci conto dell’errore: era il Terre Vineate 1993, radioso esempio di identità territoriale declinata in chiave di eleganza.

Al Vinitaly abbiamo avuto modo di assaggiare il Terre Vineate della vendemmia 2014 caratterizzata, a differenza della cocente 1993, da una piovosità estiva che ha distribuito, nel solo mese di luglio, oltre 250 mm. d’acqua, e solo grazie ad un settembre particolarmente caldo, le uve risparmiate dalla ferocia della Peronospora hanno recuperato il deficit di maturazione. Esordisce con un mantello color oro zecchino, il “Terre”, anticipazione di un affresco olfattivo stratificato e seducente, che saltella leggiadro tra note fruttate: pera e susina, che intervallano percezioni di anice stellato, miele di acacia, ginestra e mandorle. Una beva simmetrica e armoniosa, animata da una spina acida pronunciata, ma non scissa, delinea un quadro ricco di energia e profondità, che conclude il proprio cammino con un finale saporito e lungo, didascalicamente coerente con il racconto dell’olfatto.

[continua…]

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Critico enogastronomico, ha scritto per numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Ha collaborato per oltre 25 anni con la testata “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come redattore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Sicilia, e per il Piemonte, di parte delle Langhe per la guida ViniBuoni d’Italia edita dal Touring Club Italia. E' presidente dell’Associazione di Cultura Materiale Athenaeum che organizza eventi incentrati sui temi dell'enogastronomia d'eccellenza.

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