E quindi uscimmo a riveder le stelle…

È stato faticoso e plumbeo, il periodo che ci siamo lasciati, ci auguriamo definitivamente, alle spalle: anche se i segnali che giungono da più parti, in Europa come nel resto del mondo, non inducono certo all’ottimismo. Un “tempo sospeso”, funestato dal Covid e dal suo triste corredo, fatto di angosce, scarsità di relazioni sociali e atmosfere “autenticamente surreali” che, almeno fino ad ora, credevamo fossero destinate a popolare, in modo pressoché esclusivo, le pagine dei libri di Isaac Asimov, Philip Dick o di altri autori di romanzi di fantascienza. Una quotidianità deprivata di colori, sorrisi e gioie, ammantata dall’assordante rumore di un silenzio periodicamente lacerato dal suono impietoso delle ambulanze; momenti cadenzati dal succedersi di notiziari televisivi, e dai rituali, inevitabili e legittimi, ciò nondimeno logoranti, del distanziamento e della mascherina. Il vino poi, svuotato dai cerimoniali (e fin lì…), dalla condivisione e dalla convivialità, elementi che da tempo immemore sottolineano il valore sociale di questo iconico simbolo della cultura mediterranea, ha assunto profumi, sensazioni e sapori diversi, quasi mai conformi a quelli delle esperienze consumate nell’era pre-pandemia.

Abbandoniamo ora l’argomento, per evitare di essere esageratamente verbosi, e di dover parlare delle conseguenze tragiche che il Covid ha avuto sulle finanze, sui livelli occupazionali dei lavoratori, sulla tragica chiusura di tanti esercizi commerciali e, conseguentemente, sulla qualità della vita degli italiani, e del prezzo elevatissimo legato alla perdita di tante incolpevoli vite umane; non siamo tuttologi e riteniamo che se ne parli già a sufficienza, e che ci siano molte persone in grado di farlo con una competenza e un’autorevolezza decisamente superiore alla nostra.

Voltiamo quindi pagina, invitandovi a far ricorso al bagaglio, scarno o abbondante che sia, di ottimismo, che alberga in ognuno di noi, e a rivolgere uno sguardo finanche sognante, verso il futuro.

Un segno tangibile della voglia di ricominciare a vivere come Bacco comanda, è dato dal numero crescente di eventi legati alla cultura materiale che gremiscono, da più di un mese a questa parte, il palcoscenico enogastronomico, non soltanto cittadino.

Dalle degustazioni incentrate sul vino, destinate a numeri più o meno  piccoli, alle cene tematiche, dalle visite nelle aziende vitivinicole, fino alle manifestazioni storiche come il Merano Wine Festival ed il Vinitaly che, seppur caratterizzate da modalità organizzative altre, rispetto alle precedenti edizioni, hanno raccolto un numero elevato di visitatori, è tutto un rifiorir di eventi che, nel rispetto delle modalità imposte dalle vigenti normative anti-Covid, hanno contribuito a far riapparire sul volto di tanti enoappassionati, segni d’una spensieratezza che latitava da molto tempo.

D’altro canto, da sempre antidoto contro la mestizia e la malinconia, il vino, specialmente se consumato in bella compagnia, e in modo “ludico”, pur non avendo grandi proprietà terapeutiche (non è mai stato, sgombriamo il campo dagli equivoci, un disinfettante del cavo orale), induce al sorriso e all’allegria.

All’interno di questo quadro, Athenaeum- L’Ateneo dei Sapori, ha cercato di offrire il suo contributo, componendo un calendario eventi (novembre 2021-febbraio 2022) imperniato sulle eccellenze enologiche di Enotria (spesso abbinate a prelibatezze alimentari, perlopiù aderenti allo stesso territorio), che attraversa i filari di diversi comprensori vitivinicoli, spaziando dall’ammaliante verticalità dei vini della Valle Isarco, prodotti dall’azienda Taschlerhof, alla sfarzosa eleganza dell’Amarone di Pierpaolo Antolini, dagli iconici rossi toscani d’uno straordinario protagonista dell’enologia italiana: Carlo Ferrini, all’autorevolezza tannica, ammantata di signorilità, del Montefalco Sagrantino di Antonelli San Marco, dalla degustazione degli affascinanti vini di Tuscia prodotti da: Vigne del Patrimonio, Terre di Marfisa, Le Lase e Antonella Pacchiarotti, titolari di quattro diverse aziende capitanate da donne, nonché fondatrici dell’associazione Donne in Vigna, all’entusiasmante esplorazione dei grandi Montepulciano, e dei sempre più sorprendenti bianchi d’Abruzzo, proposti da alcune tra le più prestigiose firme del comparto vitivinicolo regionale: Castorani, Cataldi Madonna, Masciarelli e Valle Reale, fino alle seducenti ambrosie a bacca bianca di due storici protagonisti dell’enologia friulana: Schiopetto e Volpe Pasini. Incontri sublimati dalla sagace, irriverente e colta presenza di Fabio Turchetti e dalle irresistibili ghiottonerie selezionate e raccontate, con competenza ed entusiasmo, da Francesco Praticò, titolare di: “La Tradizione” che, anche se non ci permetteranno di recuperare il troppo “tempo e vino perduto”, potranno regalarci delle piacevolissime emozioni, dal momento che, senz’ombra di dubbio, ne berremo e ne assaporeremo delle belle!

Come alcuni di voi avranno notato, soprattutto quelli che, manifestando un briciolo di masochismo, si sottopongono alla lettura integrale del nostro programma, manca ancora, tra gli attori dello stesso una realtà che ha scritto pagine incantevoli e vincolanti del romanzo vitivinicolo di Enotria. Non è una dimenticanza, non potremmo mai, né per negligenza e men che meno per scelta, dimenticare Tasca d’Almerita.
È con questa azienda che abbiamo esordito martedì 9 novembre: un nuovo inizio che ha assunto per noi un forte valore simbolico, dal momento che proprio questa storica cantina siciliana (il termine storico, riferito a “Tasca”, va interpretato in modo assolutamente letterale, avendo sempre avuto la famiglia Tasca d’Almerita, circa due secoli di esperienze vitivinicole alle spalle, solidi rapporti con personaggi che hanno svolto un ruolo d’apripista nel pianeta vino come Mario Soldati, e con  artisti celebri come Wagner, che ultimò il suo splendido Parsifal tra le mura di Villa Tasca) ha accompagnato, nell’ormai lontano 2007, il primo evento di Athenaeum, sublimando il quadro sensoriale dei presenti con vini espressivi e ricchi di sfaccettature, oltre che con un indimenticabile Chardonnay “botritizzato” del 1991, che chi ha avuto la fortuna di degustare conserverà  nel cassetto dei ricordi, oltre che nel cuore, fino alla fine dei suoi giorni.

È arduo il compito di riassumere brevemente, senza scadere in un didascalico “Bignami della degustazione”, quello che ci ha offerto la serata.  Proveremo a farlo partendo dal vino che, meno di altri, induceva in noi delle grandi aspettative: il Nozze d’Oro della vendemmia 2019, etichetta nata, così come altre tre protagoniste della serata, tra le mura della storica Tenuta di Regaleali, in un lembo di Sicilia contrassegnato da requisiti pedoclimatici eccezionali e finanche unici. Figlio di un dialogo tra l’Inzolia (61%) e il Sauvignon Tasca (39%), varietà presente sui filari aziendali dalla fine della seconda guerra mondiale, si presenta avvolto da un manto color paglierino attraversato da luminosi bagliori dorati, ed  emoziona, conquistando palati e nasi dei degustatori, grazie ad un affresco olfattivo articolato ed intenso, che fonde note piacevolmente erbacee con sentori speziati, miele e macchia mediterranea, e con un frutto goloso e croccante: mela, melone d’inverno, pesca bianca e agrumi, che precede un sorso dall’inarrestabile progressione, vivacizzato a centro bocca da un modulato palco acido e impreziosito, nel prolungato finale, da una sapida mineralità. Sempre nella Tenuta Regaleali crescono e vengono vinificati i grappoli di Nero d’Avola e Perricone, allevati ad alberello, che danno vita al Rosso del Conte, un monumento di ampiezza, vitalità e complessità (i cui esordi risalgono ad oltre mezzo secolo fa), di cui è quasi pleonastico parlare, che esibisce, col millesimo 2016, uno sgargiante tappeto aromatico, con riconoscimenti di cacao, more di rovo, eucalipto, petali di rosa, tabacco, spezie e sottobosco. Coerente con l’elevata cifra qualitativa del naso, il sorso entra con autorevolezza nel cavo orale, conquistandolo rapidamente e per intero, accompagnato da una grintosa, ma non bellicosa, struttura tannica, che scandisce i tempi della beva, conducendola verso un finale di inesauribile persistenza. Qualità analoghe si ritrovano nei due grandi classici dell’azienda, anch’essi figli della stessa Tenuta: lo Chardonnay e il Cabernet Sauvignon Vigna San Francesco, che rinunciamo a commentare, sia per amore della brevità (?) del racconto, che per destinare più spazio a etichette provenienti da altri distretti vitivinicoli (l’attività di Tasca si sviluppa su cinque diversi areali, che attraversano longitudinalmente l’isola, da Mothia, estrema propaggine della Sicilia occidentale, fino all’Etna). È sui suoli vulcanici della “Muntagna”, a 740 metri di altitudine, che si coltivano le uve che, confluendo nei tini di fermentazione diventano, a valle delle trasformazioni, il Nerello Mascalese Contrada Rampante 2017, vino che riverbera nitidamente la personalità varietale dell’uva, mostrando un ammaliante caleidoscopio olfattivo e una beva energica, sferzata da una tessitura tannica ancora in parte da addomesticare, seppur non priva di equilibrio, che avvicenda verticalità e morbidezza. Momenti di ammaliante dolcezza ci ha regalato il Capofaro 2018, un’ambrosia dorata da grappoli di Malvasia, vendemmiati su piante che si affacciano sull’azzurro mare di Salina, e vinificati in serbatoi d’acciaio inox, che ha profumi di miele, gelsomino, zagara, cedro, albicocca e macchia mediterranea, contornati da armoniosi refoli di salsedine.

Infine, allo scopo di assicurarci una chiusura briosa dell’articolo, abbiamo collocato in fondo i commenti relativi all’Almerita Brut Metodo Classico (assaggiato invece per primo, com’è giusto che sia, nell’ambito della degustazione), un “Blanc de Blanc” sorridente, dallo stile nitido e contemporaneo, che dischiude una policroma corolla odorosa, volteggiando leggiadro tra petali agrumati, note di susina, mela, mandorla, crosta di pane, fragranze floreali e un’aggraziata mineralità. Freschezza e vitalità contrassegnano anche la beva, sublimata da un perlage sottile e discretamente persistente e da una fresca nota sapida. Un assaggio, e un brindisi, che ci offre nuovamente lo spunto per augurare a tutti voi tanti calici colmi di ottimo vino, serenità e pragmatico entusiasmo.

Fabrizio Russo

p.s. l’autore dell’articolo aveva programmato la sua uscita subito dopo la degustazione dei grandi rossi toscani di Carlo Ferrini. Se ciò non è accaduto è perché è stato preso da mille impegni, ma anche perché, come reiteratamente affermato dall’amico e grande filosofo Turchetti, “egli non possiede il dono della sintesi”…
Se ne scusa con i lettori

 

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Critico enogastronomico, ha collaborato a numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Da oltre 20 anni scrive per “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come collaboratore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Abruzzo e Puglia per la guida ViniBuoni d’Italia, e presidente dell’associazione Athenaeum.

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