Possediamo una piattaforma ampelografica che non ha eguali nell’intero mondo viticolo, una realtà pedoclimatica composita e plurima che spazia dai neri suoli vulcanici di Pantelleria ai terreni del Collio “popolati” dalla ponca. Ciononostante, bevitori evoluti e non, ancora faticano ad attribuire ai vini bianchi quelle caratteristiche di longevità che, tutt’altro che essere prerogativa esclusiva del Riesling e dello Chardonnay, sono invece proprie di diversi vitigni: Verdicchio, Garganega e Fiano, tanto per fare i nomi di alcuni autoctoni, e che molto più frequentemente di quanto si possa pensare, si palesano anche in vitigni tradizionalmente ritenuti inidonei a qualsivoglia processo di “invecchiamento”.
Ci sembra opportuno sottolineare come siffatte convinzioni indirizzino il consumo prevalentemente verso i vini d’annata, incentivando comportamenti autolesionistici che si traducono in autentici “infanticidi enologici”, che deprivano il bevitore della gioia di relazionarsi con vini compiuti, affrancati dalle pastoie dell’immaturità.
Tale atteggiamento, attribuibile quantomeno in parte alla pratica diffusa di acquistare vini indistinti e vacui, reperibili a prezzi spesso imbarazzanti sugli scaffali della grande distribuzione, coinvolge tuttavia anche un discreto numero di bevitori “evoluti” disposti a spendere molto pur di regalarsi delle non frivole emozioni organolettiche. Il vino bianco, d’altro canto, pur conquistando settori sempre più ampi di mercato a discapito dei rossi e dei vini da meditazione, e segnando una sensibile crescita del prezzo all’esportazione raggiungendo nel 2024 un costo medio di 3,19 euro al litro, rimane sensibilmente più a buon mercato rispetto allo spumante: 4.29 euro al litro, e ai vini rossi, che sfiorano i 5 euro.
A dispetto delle sue quotazioni, il bianco italiano esibisce, con ammirevole continuità, profili gusto-olfattivi sempre più articolati ed espressivi, spesso manifestando una qualità e una propensione all’invecchiamento che gli permette di confrontarsi, senza timori reverenziali, con le più blasonate appellation, transalpine o della Mosella.
I vini protagonisti del nostro racconto, accomunati dalla capacità di sostenere a lungo le ingiurie del tempo, sono soltanto la punta di un iceberg che meriterebbe di essere valorizzato, conosciuto e goduto in modo appropriato e approfondito, perché la complessità non è un disvalore, e il suo raggiungimento dipende molto dalla dose di pazienza che siamo disposti ad investire per donare coccole ai nostri sensi, concedendo ai vini bianchi quel benefico riposo tra le pareti della bottiglia che gli permetterà di presentarsi all’esame del bicchiere godendo di quella complessità, e di quella maturità espressiva che, ci auguriamo, contribuiranno a sfatare l’opinione diffusa che il nostro…. non sia un paese per vini bianchi invecchiati.
Grosjean Vins Fraz. Ollignan, 2 – Quart Valle d’Aosta
Petite Arvine Vigne Rovettaz Vallée D’Aoste DOC 2010

Firma storica del comparto vitivinicolo valdostano, Grosjean trasforma le uve raccolte su 20 ha di superficie vitata, coltivata con metodi biologici, componendo un assortimento produttivo di 180.000 bottiglie che accorda ai vitigni e ai vini della tradizione valligiana, dal Nebbiolo Picotendro del Donnas, al Prié Rouge della Premetta, la possibilità di esibire la propria silhouette organolettica.
La Petite Arvine, varietà a maturazione tardiva originaria del vallese, che l’azienda ha contribuito a valorizzare e divulgare, dà vita a tre diverse etichette: la Petite Arvine Chatel Argent Vallée d’Aoste DOC interamente vinificata in acciaio, la Petite Arvine Vigne Rovettaz Vallée D’Aoste DOC che fermenta in serbatoi d’acciaio con un breve passaggio in legno, e la Petite Arvine Les Freres Vallée d’Aoste DOC, interamente trasformata tra le doghe di barriques francesi da 300 litri.
Chiariamo subito che la Petite Arvine non è considerata, in assoluto, un’uva dallo straordinario potenziale evolutivo, e che per il suo consumo “ottimale” (sempre subalterno alle caratteristiche dell’annata) sarebbe saggio non oltrepassare i 10 anni. Tra quelle che abbiamo degustato, la Petite Arvine Vigne Rovettaz Vallée D’Aoste DOC 2010, figlia oltretutto di un andamento climatico decisamente caldo, pur avendo un numero maggiore di vendemmie alle spalle esibiva un profilo gusto-aromatico di lodevole integrità. Il quadro olfattivo, seppur emendato da pesanti cenni ossidativi, e delineato da ammirevoli percezioni di frutta secca, note erbacce e sfumature minerali, si mostra severo e di sottaciuta intensità. La bocca, viceversa, mostra un’emozionante vitalità, esibendo un nerbo acido proporzionato e verticale, che scandisce i tempi della beva, accompagnandola verso un finale sapido, di pregevole persistenza.
Tenuta Villa Bucci Via Cona, 30 -
Fraz. Pongelli Ostra Vetere (AN)
Castelli di Jesi Verdicchio Classico Riserva 2005
Icona del comprensorio enologico marchigiano, la cantina fondata da Ampelio Bucci, e recentemente acquisita dalla famiglia Veronesi, ha rappresentato, e tuttora rappresenta, un imprescindibile riferimento per tutti coloro che, confrontandosi con uno dei più grandi vitigni a bacca bianca del pianeta, ambiscono a conferire ambiziosi ed elevati profili organolettici al magnifico Verdicchio. I suoi vini, caratterizzati da una costante chiarezza espressiva, e da una straordinaria longevità, nascono elaborando grappoli raccolti su vigneti di oltre 50 anni, coccolati da vendemmie manuali e da rese produttive estremamente contenute. Il fuoriclasse aziendale, il mitico Castelli di Jesi Verdicchio Classico Riserva 2005 (proposto anche in formato magnum) frutto della trasformazione di uve raccolte manualmente su suoli calcareo-argillosi, dispensa al naso un ammaliante ventaglio di sfumature odorose. L’ alternanza tra ricordi ancora piacevolmente fruttati di susina e pompelmo, richiami floreali, note di salvia e sentori di mandorla fresca, anticipa una fase gustativa polputa e profonda, didascalicamente aderente all’impronta varietale dell’uva, enfatizzata a centro bocca da una dinamizzante acidità ed efficacemente delineata da una gessosa mineralità, dalla deliziosa latenza amarognola e da una persistente chiusura ammandorlata.
Az. Vit. Santa Barbara Borgo Mazzini, 35 Barbara (AN)
Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Tardivo ma non Tardo 2011
Stefano Antonucci, vignaiolo visionario ed eclettico, ha connotato con degli standard qualitativi d’eccellenza la propria gamma produttiva, rendendo esplicita la sua capacità, e quella del giovane enologo Daniele Rotatori, di leggere e interpretare sia la personalità dei vitigni, che l’impronta del territorio. Da uve Verdicchio allevate a cordone speronato, e vinificate in serbatoi d’acciaio inox, il “Tardivo” del millesimo 2011 è figlio di una vendemmia complicata, segnata da un aprile caldo, seguito da un agosto torrido. Malgrado ciò il vino ci consegna un’esibizione organolettica equilibrata e attraente che lo colloca di diritto tra i migliori Verdicchio dei Castelli di Jesi. Un luminoso manto color oro zecchino introduce un quadro aromatico articolato e risolto, che spazia dalle spezie alla mandorla, fino agli agrumi, abbracciati a ricordi floreali di ginestra e camomilla, e a garbate sfumature erbacee. La bocca, di esemplare fattura, è sferzata da un’incalzante freschezza acido-sapida, che permette al vino di contrastare efficacemente l’elevato contenuto alcolico, e di espandersi, conquistando interamente il cavo orale, prima di incanalarsi, annunciato da un sorso succoso e seducente, verso un persistente e saporito finale.
Schiopetto Via Palazzo Arcivescovile, 1 – Capriva del Friuli (GO)
Collio Doc Tocai friulano Pardes 1998
Figura iconica dell’enologia friulana, Mario Schiopetto è stato un geniale innovatore, un antesignano di pratiche di cantina e di conduzione del vigneto che hanno permesso alla viticoltura friulana, afflitta all’epoca da torpore produttivo e cognitivo e scarsamente illuminata dai riflettori mediatici, di assurgere a imprescindibile riferimento qualitativo per tutta la produzione vitivinicola, soprattutto “bianchista” della penisola. L’azienda, creatrice nel 1965 del primo “Tocai” in purezza, è stata acquisita nel 2014 dalla famiglia Rotolo, già titolare della Volpe Pasini, altro granitico baluardo contro la banalizzazione del bere che, determinata a non disperdere l’immenso patrimonio di conoscenze e consapevolezze acquisite da Mario Schiopetto, continua amorevolmente a curare i vigneti che attorniano l’antico Palazzo Arcivescovile della curia, a Capriva del Friuli, producendo, nel pieno rispetto della sostenibilità ambientale, vini stratificati e ammalianti, dall’elegantissima impronta territoriale.
È un sogno allo stato liquido il Pardes, Tocai del 1998 dalla luminosa veste dorata, figlio di un inverno mite e scarsamente piovoso e di un gennaio soleggiato, con temperature che raramente sono scese al di sotto dello zero. L’innalzamento precoce di queste ultime ha accelerato la ripresa vegetativa, fino alla seconda decade di marzo, quando un brusco abbassamento della temperatura, e la scarsità di acqua nel terreno, l’hanno notevolmente rallentata, determinando un ritardo di circa 2 settimane nel germogliamento della vite. Una primavera calda e priva di forti precipitazioni piovose, e un’estate contrassegnata da giornate afose, soprattutto a cavallo di luglio e agosto, hanno contribuito a recuperare il ritardo di maturazione dei grappoli, e di avviare le operazioni vendemmiali con qualche giorno d’anticipo rispetto all’annata 2017. Nonostante l’andamento climatico complicato, il Pardes, mostra un naso esplicito e schietto che, benché non mostruosamente intenso, mantiene caratteri di impensata freschezza e vitalità (che lasciano intravedere “prospettive di vita ancora piuttosto lunghe”). Le originarie note di frutta tropicale e fiori, sono state rimpiazzate immettendo nel circuito olfattivo seducenti e mature percezioni di mandorla bianca, erbe aromatiche, muschio e ricordi di pompelmo. La bocca, determinata a mantenere le ambiziose promesse dell’olfatto, sorprende ancor più del naso, avviando un percorso gustativo, succulento e saporoso, che demanda alla vena acida il compito di scandire i tempi della beva, accompagnandola verso un finale di pregevole tensione gustativa, segnato da un’attraente latenza ammandorlata.
Critico enogastronomico, ha scritto per numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Ha collaborato per oltre 25 anni con la testata “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come redattore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Sicilia, e per il Piemonte, di parte delle Langhe per la guida ViniBuoni d’Italia edita dal Touring Club Italia. E' presidente dell’Associazione di Cultura Materiale Athenaeum che organizza eventi incentrati sui temi dell'enogastronomia d'eccellenza.





