Apologia golosa del Nerello Mascalese

Crocevia d’una moltitudine di culture: fenicia, greca, romana, ostrogota, bizantina, araba, normanna, aragonese…, nonché teatro di plurime invasioni, la Sicilia è, secondo Andrea Camilleri: “il frutto gloriosamente bastardo di tredici dominazioni, dalle quali abbiamo preso il meglio e il peggio”. Destini analoghi, più in meglio che in peggio, hanno caratterizzato il cammino della viticoltura siciliana che, come testimoniano i numerosi reperti d’epoca fenicia -brocche, coppe, anfore, utilizzati tra il 1200 e il 241 a.C. per il consumo e la commercializzazione del vino- affonda nella notte dei tempi le proprie radici.  È molto probabile, infatti, che la vite crescesse spontaneamente in Sicilia ancor prima della comparsa dell’uomo sulla Terra, come attestano i vinaccioli fossili risalenti a 2 milioni di anni fa ritrovati alle falde dell’Etna e nelle Isole Eolie.  E il consumo di vino era già diffuso presso gli Elimi e le altre popolazioni che abitavano l’isola durante l’età del Bronzo.

Figli di saperi antichi, ereditati persino da chi, per motivi religiosi, considerava proibita qualsivoglia relazione con l’alcol (si deve agli arabi l’introduzione sui suoli dell’isola del Z’bib, o Moscato di Alessandria), i vignaioli siciliani hanno sfruttato la colonizzazione fenicia e, soprattutto a partire dall’VIII secolo, la presenza di numerose colonie greche -presenti perlopiù lungo la costa (i greci introdussero la potatura, la selezione varietale e la coltura ad alberello, impiantando inoltre diversi vitigni originari della madrepatria)- per elevare le proprie conoscenze enologiche e costruire virtuose e durature relazioni con uve come l’Inzolia, il Grecanico e il Catarratto, ancor oggi tra le varietà a bacca bianca più coltivate dell’isola.
Il valore della cultura del vino, testimoniata, tra le altre molteplici scoperte, dagli splendidi vasi vinari, dalle coppe e dai crateri ritrovati nell’area archeologica di Selinunte, meriterebbe, più che un articolo, un ponderoso trattato. Poco inclini ad affrontare un compito così gravoso, circoscriveremo gli ambiti della narrazione ad una varietà autoctona che, soprattutto nel corso del nuovo millennio, sta elargendo copiose e struggenti emozioni sensoriali a tutti i seguaci di Bacco: il Nerello Mascalese.

Coltivato “da sempre” nell’areale etneo, deve il suo nome alla Contea di Mascali, nelle cui campagne risiede da secoli. Presente in diverse Doc: Faro, Contea di Sclafani, Alcamo, Riesi, Marsala, Sicilia, esprime caratteri di assoluta eccellenza soprattutto nella Sicilia orientale, e in particolar modo nel messinese e sui suoli caliginosi dell’Etna dove, in gloriosa solitudine, o in compagnia del Nerello Cappuccio, dà vita alla denominazione Etna Rosso. Caratterizzato da tenori alcolici non propriamente da educande, e da tannini vellutati se gestiti e domati convenientemente sia in vigna che in cantina, esibisce una luminosa veste color rubino-granato, a volte discretamente intensa, indubbiamente discorde da quella che avvolge solitamente quel Pinot Nero a cui il vitigno viene frequentemente, e talvolta anche impropriamente, accostato. Paradigma di eleganza e di compiutezza gusto-olfattiva, manifesta una spiccata propensione alla longevità e un’esplicita aderenza ai suoli ombrosi del vulcano.

Quest’ultimo, d’altro canto, terra d’elezione del vitigno, gode di condizioni pedoclimatiche straordinariamente favorevoli alla coltivazione della vitis vinifera, con le piante, collocate tra i 350 e i 1.000 metri di altitudine, che beneficiano di: escursioni termiche sensibili che enfatizzano il quadro aromatico delle uve, venticelli insistenti provenienti dal mare che riducono il rischio legato alla formazione delle muffe e all’insorgenza di ampelopatie e, last but not least, della nutrita presenza di piante dalla saggezza secolare, spesso a piede franco, allevate ad alberello e di sovente distribuite “anarchicamente” su terreni coperti da sabbie vulcaniche, giacché in passato era piuttosto diffusa la pratica di riproduzione della vite per propaggine.

Varietà a maturazione tardiva, popolarissima quando, a causa del flagello della fillossera, le pendici della “Muntagna” videro accrescere in modo esponenziale la  presenza dei vigneti, il Nerello Mascalese ha vissuto un non breve periodo caratterizzato da un inspiegabile oblio, prima che vignaioli intraprendenti, e protagonisti autorevoli della commedia vitivinicola principalmente, ma non solo, siciliana, non hanno profuso energie, intelligenza, entusiasmo, denaro e lavoro, per restituire al “Nerello”, e al suo territorio d’appartenenza, la dignità e la visibilità che meritano. Tra queste figure approfitto per ricordare Andrea Franchetti, vigneron eclettico e carismatico, che ci ha lasciato pochi mesi fa. Amato dagli enoappassionati di tutto il mondo, e pluripremiato dalle guide del settore per i capolavori enologici creati in quel di Passopisciaro e, prima ancora, in terra di Toscana, nella Tenuta di Trinoro.

Approfondiremo la conoscenza di questo nobile vitigno, spesso coltivato con modalità che non è improprio definire da agricoltura eroica, attraverso il resoconto di una degustazione “sobriamente tecnica”, e il racconto di un abbinamento poco ortodosso, che lo ha avvicinato a pietanze che poco hanno a che fare con la tradizione gastronomica sicula.

I quattro vini, prodotti non soltanto con il Nerello Mascalese utilizzato in purezza, provengono da altrettante realtà vitivinicole aderenti alla DOC Etna o alla denominazione Faro. Tutti e quattro sono stati insigniti del riconoscimento della Corona dall’edizione 2023 della Guida ViniBuoni d’Italia, edita dal Touring Club. 

Aziende e vini protagonisti dell’articolo:

Planeta
C.da Dispensa 92013 Menfi (AG) Tel. 091 327965 www.planeta.it   planeta@planeta.it

Icona del comparto vitivinicolo siciliano, l’azienda fondata da Diego Planeta, figura di spicco del rinascimento enologico dell’isola, ha intrapreso, partendo dalla natia Menfi, un viaggio tra i filari del vigneto Sicilia, alla scoperta di territori particolarmente vocati alla produzione vitivinicola. Da Vittoria, patria del Cerasuolo, a Noto, per proiettare il Nero d’Avola sulle vette dell’eccellenza, come esaurientemente certifica il millesimo 2019 dello splendido Santa Cecilia, e a Capo Milazzo, ultima tappa, almeno per ora, preceduta nel 2008 dall’acquisto di 12 ettari di terreno a Sciaranuova, sul versante nord dell’Etna.

È qui, nelle vigne adagiate sui fianchi del vulcano che maturano le uve Nerello Mascalese di Eruzione 1614 della vendemmia 2019, vino dalle irreprensibili proporzioni e dall’ammaliante quadro olfattivo, in grado di tratteggiare, con mirabile accuratezza, i temi del territorio e la silhouette varietale del Nerello Mascalese. Prodigo di sfumature fruttate: marasca, melagrana e lamponi, fuse con ammalianti nuance speziate, e con refoli minerali, avvicenda sensazioni di flessuosa morbidezza a percezioni risolutamente verticali, disegnando un percorso gustativo energico e persistente, vivificato da una trama tannica arrotondata e agile, e da una palpitante, ma non graffiante, impalcatura acido-sapida. Una beva fragrante, di coinvolgente e schietta piacevolezza, che diventerà, dopo un ulteriore periodo di riposo tra le pareti della bottiglia, ancor più articolata e ricca di fascino.

Cantine Nicosia
Via Luigi Capuana, 65  95039  Trecastagni  (CT)  Tel. 095 7806767  www.cantinenicosia.it   info@cantinenicosia.it

Dedita da oltre un secolo alla valorizzazione dei vitigni autoctoni, Cantine Nicosia, guidata dall’omonima famiglia dalla fine dell’800, coltiva in regime biologico dieci diverse varietà aderenti alla piattaforma ampelografica siciliana, distribuite nelle tenute dell’Etna, di Vittoria e di Noto. L’assortimento produttivo, costantemente affidabile, è il risultato di un impegno che non prescinde mai dal tema della sostenibilità. Tra i vini che compongono la gamma spicca, per profondità ed eleganza, l’Etna Rosso Riserva Monte Gorna Vecchie Viti, 2016. Un vino monumentale, prodotto con uve Nerello Mascalese in purezza, raccolte manualmente su vigneti terrazzati, che esibisce un policromo affresco aromatico, lodevolmente libero dalla fastidiosa invadenza del rovere, nonostante la sosta prolungata (24 mesi) tra le doghe di barrique di 2° e 3° passaggio, che volteggia tra profumi floreali: rosa e violetta, note di piccoli frutti di bosco, rabarbaro, cenni di terra e d’erbe campestri, nuance speziate e soffi balsamici. La bocca, solenne e di esemplare definizione, è sollecita nel comunicare la propria indole, tutt’altro che remissiva, ed elettrizzata da un palco acido pronunciato, ma non tagliente che, coadiuvato da un ordito tannico dalla grana sottile, detta i ritmi della beva, conferendole dinamismo ed equilibrio e accompagnandola verso un interminabile finale, promessa di un futuro all’insegna della complessità e della longevità.

 

Palari
Fraz. Villaggio Santo Stefano Briga-C. da Barna 98137 Messina
Tel. 090 630194  www.palari.it   info@palari.it    
Un’incessante sequenza di gemme enologiche, decollata verso i ristoranti e le enoteche di Enotria per sublimare nasi e palati dei bevitori più esigenti, è stata confezionata qui, nella settecentesca villa di famiglia che ospita la cantina dell’azienda. Il Faro Palari, frutto della trasformazione di Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nocera, e di una piccola percentuale di uve autoctone “prive di fama”, vendemmiate su 7 ettari di vigneto posto su una striscia di suolo che guarda verso lo stretto di Messina, è un vino dalla pregevole chiarezza espressiva, che rappresenta, non da oggi, un paradigma qualitativo non soltanto per la DOC d’appartenenza (denominazione che, è doveroso ricordarlo, molto deve all’opera di Salvatore Geraci, titolare dell’azienda e creatore, con la “complicità” di Donato Lanati, del fuoriclasse aziendale, che ha impedito che questa piccola ma gloriosa “appellation” cadesse nell’oblio). Il 2017, da grappoli allevati ad alberello su scoscesi suoli sabbiosi, ammantato da una luminosa veste color granato è, come frequentemente capita, un autentico capolavoro. L’esordio olfattivo, disposto su toni fruttati: melagrana, lamponi e marasca, seguiti da ricordi di fiori, liquirizia, tabacco biondo, spezie dolci e sentori ematici, che si rincorrono in un travolgente crescendo, precorre un sorso voluttuoso e coinvolgente, impreziosito da tannini felpati e ravvivato da un’aggraziata spina acida. Il finale, interminabile e saporito, riespone con didascalica chiarezza i temi già trattati dall’olfatto. Un vino di territorio, che rischia di apparire persino azzimato, per la precisione e l’estrema ricercatezza del suo affresco gusto-olfattivo, che, viceversa, esibisce una sostanza, una profondità e un’intensità che lo discostano anni luce dal convenzionalismo e dalla ricerca di un’accuratezza fine a sé stessa.

Le Casematte
Loc. Faro Superiore  C.da Corso  98163  Messina tel. 090 6409427   www.lecasematte.it

Commercialista di professione, vignaiolo per passione, Gianfranco Sabbatino intraprenderà la difficile e perigliosa carriera del produttore vinicolo nel 2008, realizzando un antico sogno, successivamente condiviso con l’amico Andrea Barzagli, celebre difensore della Juventus e della Nazionale Italiana. Sono state sufficienti poche vendemmie, tanto lavoro, dosi massicce di entusiasmo, e il ponderoso bagaglio di saperi vitivinicoli di un fuoriclasse dell’enologia come Carlo Ferrini, per catapultare il Faro dell’azienda sulla cuspide della piramide qualitativa, della Doc prima, e del comparto vinicolo, regionale e nazionale, poco tempo dopo. La vinificazione di entrambe le uve Nerello, del Nero d’Avola e del Nocera, utilizzate nelle percentuali previste dalla denominazione, è alla base della creazione del Faro, fiore all’occhiello di una gamma aziendale che vanta però, è bene ricordarlo, altri straordinari interpreti, come il Nanuci, incantevole esito della trasformazione di uve Nocera in purezza. Rivela un ammaliante caleidoscopio olfattivo il calice che ospita il Faro 2020, debuttando con soavi, seppur nette, suggestioni fruttate, rallegrate dalla fragrante e allegra compagnia di: spezie, nuance balsamiche, ricordi d’erbe aromatiche, sentori di macchia mediterranea, tabacco biondo, grafite e fiori secchi. L’impatto gustativo, autorevolmente ed elegantemente energico, permette al sorso di conquistare perentoriamente il cavo orale. La struttura, polputa senza mai diventare materica, gareggia in eloquenza ed eleganza con il quadro odoroso, manifestando una stratificata complessità, frutto dell’azione simmetrica del palco acido e della trama tannica. Un vino sontuoso e ricco di armonia, che si discosta sensibilmente da un rasserenante notturno per pianoforte, poiché più che mormorare grida, proiettando oltre il bordo del calice, una dirompente carica di territoriale e raffinata vitalità.

A proposito dell’abbinamento con il cibo
Come vi avevamo anticipato qualche riga or sono, l’abbinamento tra “Nerelli” e pietanze ha stavolta travalicato gli ambiti usuali (solitamente circoscritti agli sposalizi tra attori dello stesso territorio), scegliendo di percorrere sentieri meno conosciuti, che potenzialmente potrebbero offrire esperienze golose non meno appaganti di quelle consumate in modo “canonico”.  L’abbinamento tra cibo e vino, ben altro che una “scienza esatta”, come attesta tra l’altro il ruolo svolto dalla soggettività, fondamentale nell’orientare le scelte dei commensali, dovrebbe tener conto di fattori spesso indisponibili in un animo umano famelico, intenzionato ad appagare quanto prima le sue bramosie enogastronomiche. Un pizzico di sana razionalità però è necessario: Frascati e Beccaccia in salmì non è vietato unirli, se ciò riuscisse a compiacere il vostro universo sensoriale. Rimane tuttavia un incontrovertibile fatto che la quasi totalità delle volte che si accostano pietanze a vini che con queste ultime confliggono apertamente, questo si traduce in qualcosa di dissonante, triste e finanche disgustoso, che ben poco fascino, e scarsissime sensazioni di piacevolezza, provocherà in voi e nei vostri sciagurati commensali.

Suggerimenti quali: abbinare vini e piatti dello stesso territorio è bene tenerli nella giusta considerazione, specialmente se si conoscono poco le tipologie cibo-vinose della zona che stiamo visitando. Ciò detto: nessun limite deve essere posto aprioristicamente, e mai dovremmo ghettizzare vini e pietanze. Fantasia e curiosità sono ingredienti che tutti i gourmet, i buongustai e i seguaci di Bacco, esperti o neofiti che siano, dovrebbero avere nella propria dispensa. Pertanto, in ossequio a questo assunto abbiamo deciso di correre il “rischio” di maritare il protagonista dell’articolo con vivande della tradizione romanesca. Il ghiotto matrimonio è stato officiato tra le mura di un tempio della “cucina della memoria”: l’Hosteria Grappolo d’Oro di Piazza della Cancelleria, 80. L’incontro tra Nerello e piatti tipici, come immaginavamo tutt’altro che azzardato, ci ha regalato delle struggenti emozioni, con le pietanze, interpretate magistralmente da Antonello Magliari, patron e chef del locale, che si sono abbandonate a voluttuose conversazioni con tutti i vini degustati. A partire da Eruzione 1614, abbinato a delle paradigmatiche polpette di bollito. Il piatto, non privo di personalità, e reso finanche più difficile, per la presenza di un’armoniosa, ma pur sempre risoluta, salsa verde, ha interagito splendidamente col vino, ammantando l’assaggio di piacevolezza, intensità ed eleganza. Un’ amatriciana d’autore, giunta sul desco a braccetto del Faro di: “Le Casematte”, ha gorgheggiato, dopo pochi sorsi, un intonato componimento, festeggiando così la riuscita di un incontro, incentrato sulle assonanze speziate di entrambi, e sancito dal perfetto bilanciamento tra le tendenze grasse e succulente del piatto e la modulata verticalità del vino. Non poteva mancare tra i classici della cucina romanesca, l’imprescindibile abbacchio, canonicamente accompagnato dalle “patate d’ordinanza”. Abbiamo affiancato al povero, ma purtroppo per lui gustosissimo, agnellino, il Faro dell’azienda Palari, un vino, siagustativamente che olfattivamente”, così ricco, che ad un primo contatto col calice, abbiamo temuto  potesse ottundere profumi e sapori della pietanza. Il pronostico, destituito di qualsivoglia fondamento, ha lasciato celermente spazio ad un tourbillon di godibilissime emozioni. Improntato ad un reciproco rispetto, il rapporto tra i due attori non ha mai ceduto alla tentazione di volersi imporre sull’altro, sfruttando le analoghe assonanze, ancor più dei contrasti, per informare i commensali che tra loro era sbocciata un’amicizia solida e imperitura. Che dire infine della splendida guancia di manzo brasata e del suo elegantissimo cavaliere: l’Etna Rosso Riserva Monte Gorna Vecchie Viti, 2016, se non che tutto ha funzionato meravigliosamente bene, con la struttura del tannino, ancora in fase evolutiva, ma di aristocratica fattura, a scandire tempi e modalità dell’incontro tra vino e cibo. Libero da qualsivoglia legaccio, concettuale e territoriale, l’abbinamento è stato pienamente all’altezza delle nostre aspettative, regalandoci emozioni assonanti con l’elevatissimo spessore qualitativo dei due protagonisti.                            Buon Nerello a tutti voi.
Fabrizio Russo

 

 

Un gigantesco grazie per la preziosa collaborazione a Michela Irione e Barbara Corte, poetesse, sacerdotesse, nonché colte ed appassionate divulgatrici del culto di Bacco.

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Critico enogastronomico, ha collaborato a numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Da oltre 20 anni scrive per “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come collaboratore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Abruzzo e Puglia per la guida ViniBuoni d’Italia, e presidente dell’associazione Athenaeum.

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