Finisce l’anno 2022, è tempo di bilanci e riflessioni. Focus sul Vinitaly

Questo 2022 è stato contrassegnato da un’altalena di iniziative che, nello specifico nel mondo del vino, sono state impostate e vissute come un ritorno ad una normalità passata, con la volontà e l’euforia di riappropriarsi della propria vita e delle proprie attività.

La più importante manifestazione italiana del mondo del vino, il Vinitaly, che in quest’anno travagliato ha riaperto i suoi battenti in Fiera Verona, sebbene ricco di contraddizioni ha segnato una svolta sia nell’immaginario che nella realtà del comparto vitivinicolo.

Avvolti da un’atmosfera surreale i padiglioni delle aziende trasmettevano, quantomeno inizialmente, un’idea di provvisorietà, di scarsa adesione ad un tempo certo, un quadro sostanzialmente affine a quello, sospeso e grigio, che aleggiava sull’intera penisola, flagellata dal morbo del Covid.

Metabolizzato l’impatto iniziale, già dal lunedì, come se le paure del giorno prima si fossero miracolosamente dissolte, l’esigenza di lavorare, unita ad una smisurata voglia di normalità, ha ispirato i comportamenti dei partecipanti e, indipendentemente dal ruolo svolto da ognuno, riesumato modelli che, per tanto, troppo tempo, erano stati dolorosamente accantonati. L’euforia da “scampato pericolo” non è stata, è bene allontanarsi all’istante da qualsivoglia lettura esageratamente ottimistica degli avvenimenti, foriera di eventi esclusivamente benevoli, giacché diverse persone, soprattutto quelle impegnate nelle attività che si svolgevano all’interno degli stand, sono state contagiate dal virus.

Anche se il rilassamento, e il conseguente allentamento delle norme precauzionali ha rappresentato una delle cause della diffusione del Covid, sarebbe ingeneroso attribuire agli ospiti delle cantine, e a chi all’interno di locali mai amplissimi, svolgeva mansioni di promozione e divulgazione dei propri prodotti, responsabilità maggiori rispetto a quelle di qualsiasi altro partecipante alla manifestazione. E poi bisogna tener conto che rapporti diretti e forzatamente ravvicinati con un numero elevato di avventori hanno accresciuto in modo esponenziale i rischi nonostante i filtri all’ingresso degli stand (con l’inevitabile corollario di sconsiderate file), le mascherine, e gli ettolitri di gel e disinfettanti vari effusi a destra e a manca, ma celebrare il culto di Bacco, sia pure con finalità meramente professionali, non è come vendere un frigorifero o un salotto.

Degustare un vino e raccontarlo comporta prossimità fisica, condivisione di spazi, generalmente ristretti, l’impiego della mascherina tra un assaggio e l’altro (anche se non saranno moltissimi quelli che continueranno ad indossarla dopo i primi calici), e un’indispensabile dose di socievolezza, giacché parliamo, è bene non dimenticarlo mai, del simbolo più eclatante e compiuto di una materia: la convivialità, da cui nessun simposio, piccolo o grande che sia, può totalmente prescindere.

Dapprima contratta, l’atmosfera ha assunto colori, suoni e sapori più intensi giorno dopo giorno, acquisendo caratteri prossimi alla “normalità”. Il solito folklore: chef famosi, personaggi del mondo dello spettacolo (differenziare queste due categorie è sempre più difficile), politici contornati dall’usuale ed eterogenea appendice di curiosi, wine lovers, guardie del corpo, enotecari, buyer, nani e ballerine; ma quel che più conta è che, nonostante lo scetticismo iniziale, e i timori, peraltro mai completamente sopiti, la macchina della fiera è riuscita a far girare efficacemente i propri ingranaggi (alcuni momenti della rassegna, in particolar modo quelli dedicati alle degustazioni, oltre 70, tutte di pregevole livello, non hanno risentito affatto, né emotivamente, né organizzativamente dell’eccezionalità del momento) e l’attenzione si è finalmente condensata sul grande protagonista della rassegna: sua maestà il vino.

Sembrerà pleonastico, ma ci piace ricordare che l’Italia è il secondo produttore al mondo, dopo la “solita” Francia, per quantità di vino collocato sui mercati esteri, e che, oltre a rappresentare una voce importante nel bilancio dell’agricoltura è elemento tutt’altro che marginale della nostra cultura, e non soltanto di quella materiale. Purtroppo mala tempora currunt, e alle molteplici tragedie provocate dalla pandemia si sono aggiunte, senza che nessuno bramasse il loro intervento, le difficoltà prodotte dalla guerra causata da quel “genio” di Putin, e i viticoltori, oltre agli impegni economici “ordinari”, devono oggi fare i conti con gli aumenti dei prezzi dei carburanti (lungimiranti, avrà pensato qualcuno, quei produttori che con motivazioni legate alla sostenibilità ambientale, hanno deciso di arare i propri terreni avvalendosi dei cavalli, anche se personalmente rimango dubbioso sulla possibilità di dissodare estensioni vitate consistenti, con questo lodevolissimo sistema), con la difficile reperibilità del vetro e di altre componenti necessarie per assemblare una bottiglia: mi è capitato anche recentemente di parlare con vignaioli impossibilitati ad imbottigliare alcuni vini della gamma, per la mancata disponibilità di contenitori vitrei. Senza dimenticare che le loro attività sono diventate sempre più difficoltose, a causa di eventi atmosferici assolutamente imprevedibili: bombe d’acqua, grandinate violentissime, “monsoni”, trombe d’aria, tempeste tropicali, smottamenti e, sul fronte opposto: temperature torride e siccità, frutto dello stravolgimento climatico e della gestione dissennata del territorio. Non è il caso di erigere monumenti all’eroico viticoltore, ma sarebbe sbagliato dimenticare che diverse aziende stanno ancora subendo le conseguenze di una fase contrassegnata da una riduzione drastica delle vendite, e che più d’una è fallita, ed è opinione diffusa che le banche, purtroppo, non si siano distinte per solerzia e generosità, assegnando col contagocce i finanziamenti richiesti senza accantonare, nonostante la situazione d’emergenza, la consueta pignoleria.

Quel che pare certo è che la pandemia ha stravolto, e non di poco, le dinamiche che regolavano il mercato del vino, riducendo i consumi, soprattutto nell’ambito della ristorazione. Il quadro attuale, verosimilmente più congiunturale che strutturale, non ci offre elementi sufficientemente nitidi per immaginare quali saranno gli scenari futuri, vieppiù considerando l’instabilità mentale dei tanti “dittatorelli” che esercitano dispoticamente il potere in diverse aree del globo, e l’imprevedibilità dei conflitti, che sempre più numerosi, affliggono il pianeta terra.

Abbandonarci ad un facile ottimismo, di conseguenza, proprio non ce la sentiamo, anche se nel 2022 l’export di vino italiano ha registrato numeri da record, la ripresa dei flussi turistici ha contribuito a far crescere le vendite, migliorate anche nel segmento della grande distribuzione, gli avventori ai tavoli dei ristoranti sono ormai tornati a presenze conformi alla normalità, e le vendite online (strumento ampiamente utilizzato nel corso dei vari lock down) hanno ormai conquistato una significativa fetta di mercato, attestandosi attorno al 5% del complessivo, con incrementi che, per portali specializzati come Tannico e Vino.com, spaziano dall’83 al 218% e fatturati ampiamente superiori ai 30 milioni di euro, elementi questi che, per lo meno, ci fanno ben sperare.

Chiudiamo prendendo a prestito una locuzione forgiata dalla brillante penna del poeta libanese Khalil Gibran: “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta”. E, aggiungiamo noi, una prolungata e appagante sequenza di vinose emozioni sensoriali.

Auguri di buone feste a tutti
e buon Vinitaly 2023.

Fabrizio Russo

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Critico enogastronomico, ha collaborato a numerose guide e riviste di settore italiane e internazionali. Da oltre 20 anni scrive per “La Repubblica”, prima in cronaca di Roma, poi come collaboratore delle guide “Ai saperi e ai piaceri regionali”. Attualmente è coordinatore regionale di Umbria, Abruzzo e Puglia per la guida ViniBuoni d’Italia, e presidente dell’associazione Athenaeum.

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