Era da un po’ che non sentivo nominare la famiglia Pinault. Poi, all’improvviso, nel periodo più arido di vita sociale della mia esistenza, in cui le occasioni di interazione col mondo esterno si contano sulle dita di mezza mano, ecco spuntare fuori la famiglia Pinault ben due volte su due incursioni fuori Roma.
Fine marzo, Venezia: come non visitare le quattro mostre messe insieme dalla Collezione Pinault a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana (Michael Armitage. The Promise of Change | Amar Kanwar. The Peacock’s Graveyard | Lorna Simpson. Third Person | Paulo Nazareth. Algebra). Meraviglia!
Inizio maggio, Milano: c’è la presentazione del Programma 2026 di Champagne Jacquesson organizzata da Pietro Pellegrini (Presidente della Pellegrini SpA, importatore e distributore della Maison da oltre venticinque anni) alla presenza di Jean Garandeau, Managing Director della Maison, che espone in un velocissimo ma chiarissimo francese (e che soddisfazione aver capito quasi tutto grazie a 728 giorni di slancio di francese su Duolingo!).
Ebbene dal 2022 la Maison è entrata a far parte di Artémis Domaines che racchiude incredibili acquisizioni della famiglia Pinault: la prima nel 1993 fu Château Latour, poi arrivarono Domaine d’Eugénie, Château-Grillet, Eisele Vineyard, Clos de Tart, Champagne Jacquesson, Bouchard Père & Fils, Beaux-Frères, Vignoble des Cabottes. Nomi da brivido per i conoscitori del vino.
Nelle tre ore di treno che mi riportavano da Milano a Roma le connessioni tra le due esperienze vissute sotto la benedizione Pinault hanno generato abbastanza adrenalina da farmi vincere l’attacco di “pennicanza” (cit.) con tanto di (probabilissima) ronfata a bocca aperta con testa reclinata all’indietro.
Credo che il legame tra la famiglia Pinault e Jacquesson non sia solo finanziario ma potremmo pensare possa essere anche di tipo filosofico: l’idea che il vino, come l’arte, non debba essere una replica costante di sé stesso, ma anche l’espressione di un “frammento di tempo” unico.
Ripensandoci a mente fredda, le mostre veneziane del 2026, che ho avuto l’opportunità di visitare, a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana paiono riflettere questa ricerca di identità e stratificazione (e direi anche un senso di inquietudine per il futuro). Chi c’è già stato batta un colpo e mi faccia sapere se ci si ritrova.

E così, mi sono ritrovata, guardando il cielo grigio fuori dal finestrino del treno, ad azzardare senza forzature, delle correlazioni del tutto personali, prive di velleità e certamente prive di fondamento di studio ma dense di gratitudine, voglia di stupirsi e soprattutto volontà di lasciare un segno per la futura me, soprattutto a testimonianza di queste incredibili coincidenze.
Cuvée 749 e Amar Kanwar (Palazzo Grassi)
La 749 -basata sull’annata 2021- è una Cuvée di ottima precisione, definita da una caratterizzante mineralità, in una struttura non troppo tesa (diversamente da altre edizioni che ricordo) ma di buon assetto.
L’artista Amar Kanwar propone a Palazzo Grassi la sua installazione “The Peacock’s Graveyard”.
Come Kanwar lavora sulla sovrapposizione di narrazioni politiche e poetiche per far emergere verità nascoste, così la 749 “scava” nel terroir. Kanwar usa il video per rallentare il tempo e mostrare i dettagli del paesaggio; Jacquesson usa il basso dosaggio per non coprire i dettagli del suolo. C’è una pulizia formale comune che lascia spazio alla riflessione: se più o meno profonda lo deciderete voi con la Cuvée 749 nel calice o davanti all’installazione di Kanwar.

Cuvée 744 DT e Lorna Simpson (Punta della Dogana)
La 744 DT (Dégorgement Tardif) ha riposato –comme d’habitude sin dalla prima release DT 733- molto più a lungo sui lieviti rispetto alla versione “base”. È una cuvée che gioca con la memoria e con la trasformazione della materia attraverso il tempo, acquisendo note di frutta candita e pasticceria senza perdere l’anima agrumata.
Lorna Simpson, nella sua mostra “Third Person”, lavora sul collage e sulla stratificazione di immagini storiche per creare nuovi significati. Il concetto di Dégorgement Tardif è essenzialmente un “collage temporale”: il vino dell’annata 2016 viene reinterpretato attraverso una sosta prolungata di dieci anni. Come le opere della Simpson, la 744 DT è densa, complessa e invita a guardare oltre la superficie, rivelando una “terza persona” (una nuova identità), una diversa estetica per lo stesso Champagne primigenio.

Avize Champ Caïn 2015 e Paulo Nazareth (Punta della Dogana)
Il Lieu-dit Champ Caïn è un Blanc de Blancs puro, proveniente da un singolo appezzamento di Chardonnay ad Avize. È l’essenza stessa della terra, un vino che parla di un luogo specifico con una forza quasi radicale.
Paulo Nazareth, con la mostra “Algebra”, sintetizza le immense distanze da lui percorse a piedi, portando letteralmente la polvere dei luoghi sulle sue opere per esplorare identità e confini. Champ Caïn 2015 è, a suo modo, un “viaggio terrestre”: cerca la verità cruda di un solo vigneto in una specifica annata. C’è un’affinità nel loro approccio profondo con il territorio: Nazareth usa il proprio corpo per mappare il mondo, Jacquesson usa questa cuvée per mappare un minuscolo frammento di gesso di Avize.

La Collezione Pinault a Venezia quest’anno mostra come le identità (personali, storiche, geografiche) si formano e si scontrano (e si propongono), e lo stesso fanno le nuove Cuvée Jacquesson nel bicchiere: non cercano di piacerti a tutti i costi, ma di raccontarti esattamente dove sono state e cosa hanno visto.
E' sommelier dal 2004. E' stata nelle redazioni di riviste e guide di settore di diffusione nazionale (Duemilavini, Bibenda, AIS-Vitae, L’Espresso, Le Migliori 99 Maison di Champagne). Organizza seminari di degustazione in tutta Italia grazie alla sua profonda conoscenza dei territori vitivinicoli italiani e internazionali. Scrive per gli appassionati del vino su vinotype.it e per la Guida Bollicine del Mondo di Identità Golose.






