Un pranzo di auguri con certezze e sorprese / di Monica Coluccia

Pranzo per gli auguri di Natale

Gli annuali ritrovi conviviali tra amici o colleghi di lavoro per lo scambio degli auguri di Natale, in questo 2020, hanno subìto un calo drastico per i motivi ben noti.

Gli irriducibili, spesso compagne e compagni di merende, non hanno rinunciato, in tutta sicurezza, all’incontro di rito per il piacere di vedersi ma anche per sostenere, più psicologicamente che economicamente, per quel poco che si può, il mondo della ristorazione nella difficoltà del momento.

Ci si è visti preferibilmente in locali con tavoli all’aperto, dotati di funghi-stufa, e osti ben disposti ad accettare il Bring Your Own Bottle, per assicurare la giusta convivialità e per avere anche la sicurezza che i litri di vino versati non siano limitati dall’ingiusta regola dell’n+1, in cui n sta per il numero di commensali e 1 per la bottiglia meticolosamente scelta nella carta vini del ristorante, trista e sola da sbicchierare.

Buona creanza vuole che la prima boccia si ordini proprio al ristorante. Qui l’apertura è stata affidata a quello che ormai è diventato un vino certezza (sulla fiducia dei commensali che sono arrivati in orario): il NaturalmenteFrizzante di Casa Belfi, un vino bianco biologico frizzante, prodotto dalla rifermentazione naturale in bottiglia di un vino base ottenuto dalla fermentazione spontanea di uve glera. Ormai un vino “sulla bocca” dei più accaniti sostenitori del filone dei vini naturali ma anche dei bevitori edotti della vecchia guardia; un vino che fa scuola e che nasce anarchico, per diventare, non volendo, democristiano. E non è un’offesa in questo caso, anzi.

Bolla italiana chiama bolla francese. Purtroppo solo un tavolo di anime cosmopolite non potrà mai contribuire in alcun modo a mettere la parola fine ai titoloni mainstream del periodo: “Lo spumante italiano batte lo Champagne”, “A Natale record storico per le bollicine italiane”, eccetera. Tanto accadeva nel 2019.
Quest’anno abbiamo perso tutti. Ci si consola quindi con uno Champagne prodotto da uve chardonnay, nel cuore della Côte des Blancs, nei comuni Premiers Crus di Vertus, Villeneuve e Mont Aimé, dal vigneron Pascal Doquet. Lo Champagne Arpège Premier Cru Blanc de Blancs, di cui abbiamo goduto, aveva dalla sua una buona dose di pienezza e complessità; più carnoso che dinamico, più voluttuoso che ficcante. Aveva naso e gola in sintonia, su colori e sapori dorati e cremosi ad imbrigliare tensione acida e mineralità, che comunque facevano capolino, nonostante la sboccatura del settembre 2014 dell’assemblaggio delle annate 2010 (38%) e 2011 (62%). Basso il contenuto di zuccheri aggiunti: solo 4 g/l.

C’erano in tavola da sgrassare alici fritte e fiori di zucca, carciofi alla romana, carciofi fritti e animelle fritte, salumi misti e formaggi freschi.

Faceva caldo (vi ricordate i tavoli all’aperto con i funghi-stufa?) e allora il bianco fresco è stato ben gradito. Il Fiano di Avellino Docg Ciro 906 2012 dell’irpino Ciro Picariello è arrivato a sbaragliare le certezze di chi già ne aveva poche. Se vi capitasse di sentire alla cieca un vino affumicato ma non troppo, varietale erbaceo -quasi pirazinico di bosso e peperone verde- ma non troppo, minerale al gusto ma non troppo, buono vero, saporito, e anche troppo, ebbene: non dite sauvignon friulano forse fermentato in legno! Qui si beve per ricordare, anche che l’abbinamento con le fettuccine con ragù bianco, porcini e tartufo non era incredibilmente affatto male.

 

Vista la compagnia goduriosa si continua a stappare. Tanto per tamponare il ritorno alcolico arrivano gli involtini di carne e purè, i saltimbocca alla romana, le animelle sale e pepe e l’agnello al forno con patate.

La tenzone si sposta al centro Italia con un assaggio didattico del Cuna 2013 di Federico Staderini, un produttore -enologo toscano di grande esperienza- che assieme al suo sodale e vicino di vigna, Vincenzo Tommasi (Podere La Civettaja), ha tracciato una nuova frontiera per il pinot nero coltivato in Italia, nelle vigne in quota del Casentino, a Pratovecchio in provincia di Arezzo. La luminosità originaria del pinot nero qui resta appena offuscata dall’evoluzione in bottiglia e da una certa rusticità espressiva, indotta forse già dall’iniziale fermentazione con lieviti indigeni, dalla non filtrazione e magari anche dal passaggio in barrique usate. Una cosa è certa: il vino è integro, solido e, soprattutto, territoriale. Sa di Toscana a venti centimetri dal bicchiere questo 2013 e per la sua intelaiatura acida gustativa chiama tanto il sangiovese. Ma è un pinot nero, di sette anni ormai, allevato ad alta quota (si arriva ai 500 metri slm), in una zona di cui si sta riscoprendo la vocazione vitivinicola solo da poco meno di tre lustri (le prime barbatelle impiantate sono del 2004). Ma la strada pare ottimamente segnata: provate il Cuna 2016 se ci riuscite.

 

Quando l’oste è particolarmente a suo agio -e abbastanza corrotto dagli assaggi dei suoi ospiti- di certo non mancherà di proporre una bottiglia in linea con il convivio. Vorrà calare l’asso. Per fortuna è stato proprio così. Ed è arrivato come una cometa il Valtellina Superiore Docg Grumello Gèss 2016 prodotto da Dirupi. Un nebbiolo davvero esaltante, profumato, elegante, potremmo dire, restando in tema, celestiale. Sentivamo tutti lì nel calice la freschezza della montagna, la delicatezza di tocco, la genuinità d’intenti, la regalità del nebbiolo quando mostra il suo lato più gentile.

 

Monica Coluccia

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