Cesanese: la scoperta dell’eleganza / di Monica Coluccia

Cesanese

L’areale del Cesanese, a detta di molta parte della critica di settore, è attualmente la zona vitivinicola del Lazio che più sta esprimendo soddisfazioni dal punto di vista qualitativo.
Stiamo parlando di una realtà articolata su tre denominazioni: le Doc Cesanese di Affile e Cesanese di Olevano Romano e la Docg Cesanese del Piglio, incentrate come base ampelografica sul Cesanese di Affile, per la maggior quota, e sul Cesanese Comune.
Tra i due, il Cesanese di Affile è quello che più si è dimostrato capace di produrre vini interessanti, vini che riescono a restituire quella dignità che per molti decenni non hanno mai dimostrato, a parte rare eccezioni, sia per una viticoltura improntata più sulla quantità sia per una richiesta di mercato, soprattutto locale e romano, che lo relegava a un consumo da fraschetta e da osteria (vino spesso bevuto anche in versione dolce spumantizzata).

Pensando in generale alla viticoltura rossista di qualità del Lazio, per decenni si è rimasti nella convinzione che i suoi grandi rossi si potessero ottenere solo con cabernet sauvignon e merlot, in particolare nella zona dei Castelli Romani, grazie al successo di vini capolavoro lì prodotti, ad esempio, da Colle Picchioni o dalla Tenuta di Fiorano.
Molti produttori laziali, anche nella zona del Cesanese, hanno provato a ricalcare un indirizzo stilistico -nei casi sopracitati declinato in eleganza- che non gli era proprio. Puntando su estrazioni e morbidezze, in taluni casi anche fin troppo spinte, per rincorrere il mercato dei mangiaebevi internazionali, si è disincentivata la possibilità di un percorso e di uno stile personali.

Il cambio di passo nella zona del cesanese è arrivato con il passaggio generazionale, destino comune ad altri territori del vino. Infatti, l’eredità di alcune aziende, anche storiche, che avevano abbracciato la filosofia della produzione del vino sfuso o del conferimento di uve alla cantina sociale, a partire dai primi anni Duemila è stata raccolta da nuove leve che hanno rotto gli schemi con il passato aziendale: hanno avuto l’ambizione di produrre vino di qualità e, assaggi alla mano, hanno dettato una via nuova per il Cesanese.

L’attualità nei calici racconta, sempre più spesso, di Cesanese che sono lavorati più “in sottrazione”, allo scopo di restituire un carattere gentile e accomodante ed esprimere un concetto di finezza che fino a qualche anno fa non veniva spontaneo associare a questo vitigno. Il Cesanese, infatti, ha dalla sua una tempra innata: è un vino alcolico e strutturato anche dal punto di vista tannico, ipotesi che non si vuole qui rinnegare, anzi, ma che tende a mandarlo “su di giri” se si eccede con pratiche agronomiche ed enologiche estrattive e condizionanti.

Di seguito il racconto di tre produttori che stanno tracciando con i loro vini, da pochi anni, questa “via nuova” per il Cesanese. Il consiglio è quello di seguire da qui in avanti il loro percorso produttivo visto che sino ad oggi sono ancora pochissimi i produttori che possono garantire una storicità di qualità “in bottiglia” che può essere utile per indagare le particolari differenziazioni e l’identità delle tre diverse denominazioni.

RAIMONDO – Affile (Roma)
Le vigne di Cesanese di Affile dell’azienda Raimondo ad Affile si innestano in un contesto pedoclimatico molto particolare, a ridosso dell’Appennino, ad una altitudine di 500-550 metri sul livello del mare, in una valle chiusa dell’entroterra circondata dalle montagne, in cui si rilevano grandi escursioni termiche, durante le settimane precedenti la vendemmia, ottime per l’esaltazione del patrimonio aromatico. Si lavora dal 2001 su quattro ettari di vigna, solo due ettari sono a corpo unico e lavorabili con un cingolato, mentre i restanti due ettari sono dislocati su terrazzamenti o in terreni con forti pendenze (che arrivano anche al 30%) lavorabili esclusivamente a mano. Un progetto tutto nuovo che andava ad innestarsi in una situazione critica della denominazione di Affile perché all’epoca non c’era più alcuna cantina del territorio che la rivendicava. Nel 2003 ci fu da parte dell’azienda infatti un vero e proprio imbottigliamento “salva doc”, da uve recuperate da alcune vecchissime piante di Cesanese di Affile. A tutt’oggi, ad Affile ci sono solo tre imbottigliatori. Dal 2013 questo patrimonio è stato raccolto da Eleonora Perez, la figlia del titolare, che ha portato nell’azienda nuove energie dopo il primo decennio che era servito per strutturarsi in questo contesto difficile. Eleonora è affiancata in vigna e cantina dall’enologo Fabio Giuli.

Cesanese di Affile Doc Nemora 2017
Le uve per questo vino provengono da vigne esposte ovestCesanese di Affile Nemora – sud ovest, in una annata difficile, iniziata con una gelata a fine aprile che ha compromesso gran parte della produzione, e che è proseguita con una intensa siccità estiva. La vendemmia è stata effettuata tra il 20 e il 30 ottobre sui sette appezzamenti in cui sono suddivisi i quattro ettari aziendali; otto giorni di macerazione sulle bucce, con un giorno di macerazione a freddo prima della fermentazione, cui è seguita una lunga malolattica in acciaio finita prima della primavera. Il 50% della massa è rimasto in acciaio, il restante 50% in tonneaux di secondo e terzo passaggio per un periodo di circa quattordici mesi prima dell’imbottigliamento.
Ne è venuto fuori, nonostante le premesse, un vino notevole che presenta un quota fruttata chiara e nitida, rifinita da sensazioni di erbe amare e radici, e con una finezza del tutto inaspettata. Tale “verticalità” olfattiva esprime chiaramente le caratteristiche da “vino di montagna” che nei fatti è, a dispetto dell’annata. Lettura perfetta anche al gusto, gioviale e slanciato, dalla bocca setosa in avvio, di media struttura e delicata astringenza. Succosi ritorni di mora e salvia nel finale non lunghissimo ma davvero piacevole.

 

DAMIANO CIOLLI – Olevano Romano (Roma)
“La nostra è un’azienda giovane, abbiamo iniziato nel 2001”, è l’esordio di Damiano Ciolli. Lo spirito è quello giusto. Ma ormai siamo nel 2020 e Damiano deve prendersi il merito di essere stato, negli ultimi tre lustri almeno, il principale responsabile dell’affermazione del Cesanese di Olevano Romano a livello nazionale e internazionale. Lui e il padre Costantino, con alle spalle più di una generazione di viticoltori, portavano il vino sfuso in damigiana alle famiglie del posto e a Roma, un vino che veniva poco considerato e dal quale però da un certo punto in poi non si ottenevano più grandi soddisfazioni. Decidono nel 2001 di cambiare rotta e fare il cesanese in purezza, a differenza di quelli che lo tagliavano col montepulciano per renderlo più ruffiano e più colorato e per stemperarne le asperità. E a differenza di quelli che ancora continuavano a proporlo come uno spumante dolce rifermentato in bottiglia (la classica “romanella”). Del 2001 è il primo imbottigliamento di Cirsium, il cesanese vinificato in purezza ottenuto dalla vigna più vecchia dell’azienda piantata dal nonno di Damiano nel 1953.
Nel 2002 l’arrivo in azienda di Letizia Rocchi, enologa, capace e consapevole, e compagna di Damiano. Girano insieme il mondo a partire dal 2006, lontano dal pregiudizio sul cesanese del mercato romano, con le prime bottiglie di Cirsium e poi con le prime bottiglie di Silene, arrivando a confrontarsi con persone che pensavano che il cesanese non fosse un vitigno ma addirittura un nome di fantasia.
“La nostra forza è stata quella di rimanere piccoli, fare il vino che piace a noi e avere la fortuna di incontrare persone che hanno gli stessi gusti nostri”, afferma Damiano con un certo orgoglio.
Le sperimentazioni dei primi anni partirono dalla vigna. Prima decisero di andare controcorrente, smettendo di defogliare senza valutare di volta in volta la situazione come invece si era abituati a fare: il cesanese ha un ciclo vegetativo molto lungo e per non prendere malattie dovute all’avvento delle piogge di ottobre si defogliava lasciando scoperto il grappolo, ma in tal modo ci si accorse di perdere molta parte di aromi. Iniziarono ad anticipare le vendemmie per preservare il contributo di acidità del cesanese che vede il suo principale problema nell’alcol. Anche sbagliando hanno cercato di capire qual era il momento giusto per la vendemmia per ottenere uve adatte per la loro idea di vino. Eleganza, freschezza e bevibilità erano e sono gli obiettivi da raggiungere vinificando il cesanese sempre in purezza.

Olevano Romano Cesanese Superiore Doc Silene 2018Cesanese di Olevano Romano Silene
Vino che arriva da un’annata considerata difficile per quanto riguarda la gestione della vigna, con una estate molto fredda e piovosa. Un’annata dura che però è molto amata da Letizia e Damiano perché si sono verificate le condizioni che hanno permesso di ottenere un prodotto con le caratteristiche che piacciono a loro. Il Silene, ingiustamente considerato il “second vin” dell’azienda, è stato per molti anni lavorato solo in acciaio. Le sperimentazioni effettuate in cantina hanno portato all’introduzione dell’utilizzo del cemento per le maturazioni. Le uve per il Silene 2018 sono state vendemmiate a metà ottobre, lavorate interamente in cemento, con macerazioni brevi e delicate; poi un contatto con le fecce fini per circa un anno. Le uve arrivano da quattro vigne, ripiantate dal 2002 al 2012 da Damiano e Letizia, vendemmiate e lavorate separatamente, per preservare le singole caratteristiche dei diversi appezzamenti che poi concorrono all’assemblaggio finale.
Ne viene fuori un Cesanese singolare, già nel colore, rubino trasparente e molto luminoso, con aromi incalzanti di agrumi, incenso e rosa rossa, che anticipano una bocca energica, coerente e ricca di rimandi, con persistenza contenuta ma molto saporita, con una chiosa gradevolissima e quasi aromatica nel finale.

 

ALBERTO GIACOBBE – Paliano (Frosinone)
Quella di Alberto Giacobbe è stata una famiglia impegnata storicamente, già dagli anni Trenta, nella produzione di uve, principalmente conferite alla Cantina Sociale, fino alla fine degli anni Ottanta. Il mancato ritiro delle uve spinse in quel periodo la famiglia ad iniziare a vinificare in proprio. L’attività vitivinicola continuò con il commercio del vino sfuso sino all’avvento di Alberto che, nel 2008, dopo un percorso di studi economici, decise per passione di dedicarsi all’azienda.
Il suo ingresso cambia di netto l’impostazione aziendale, riduce drasticamente le rese per ettaro condotte sino ad allora dal padre (fino ad oltre 200 quintali per ettaro), elimina dalle pratiche agronomiche l’utilizzo di fertilizzanti e diserbanti chimici, avviandosi verso una conduzione agricola più ragionata e a tutela dell’ambiente. Si tratta di un’azienda che si snoda con dodici ettari di vigneto a cavallo delle denominazioni del Piglio e di Olevano Romano con sede a Paliano, l’ultimo comune in provincia di Frosinone al confine con la provincia di Roma, uno dei cinque comuni della Docg Cesanese del Piglio e confinate con Olevano Romano.

Cesanese del Piglio Docg Re Baldoria 2018Cesanese del Piglio Re Baldoria 
Il Re Baldoria con l’annata 2018 è alla terza vendemmia, dopo due annate molto difficili, con gelate primaverili e condizioni climatiche che ne hanno compromesso una piena produzione, soprattutto perché proveniente da vigne ancora giovani, con radici ancora poco profonde per reggere andamenti climatici estremi. Le vigne sono allocate su terreni principalmente di tessitura vulcanica con rese che in questo caso sono state contenute a 50 quintali per ettaro. Un’etichetta semplice, che anche nel nome vuole comunicare convivialità e giovialità. Da uve interamente lavorate in acciaio, il vino si mostra di un colore rosso rubino di una tonalità calda e profonda e offre un profilo olfattivo fruttato e avvolgente, sinuoso e solare. Anche al sorso presenta un carattere pieno e sensuale, al limite del godurioso, con una tessitura tannica setosa e un contributo di acidità che conferisce grande tonicità all’insieme. Il “più cesanese” dei tre vini assaggiati per quanto riguarda il profilo consolidato del vitigno che mostra con orgoglio un piacevole tono alcolico in un quadro generale di dinamicità e leggiadria.

 

 

Monica Coluccia, romana d’adozione, sommelier dal 2004, ha collaborato per circa dieci anni alla realizzazione degli eventi del vino nella Capitale e alla redazione di riviste e guide di settore (Duemilavini, Bibenda, Vitae, L’Espresso). Dal 2014 presta l’esperienza acquisita alla comunicazione del vino in contesti professionali con seminari di degustazione in tutta Italia. Oltre ad una profonda conoscenza sui territori vitivinicoli italiani e francesi in generale, si è dedicata all’approfondimento dei vini di Campania, Basilicata, Marche e Romagna. Lo Champagne ha fatto breccia nel suo percorso professionale con i panel di degustazione per la guida Le Migliori 99 Maison di Champagne e con i seminari tematici che cura e conduce in Italia.

 

 

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