Falanghina in Campania: quale? / di Monica Coluccia

Falanghina in Campania

Non ce la faremo certo qui a esaurire l’argomento falanghina in Campania. Ma proviamo a portarci a casa qualche spunto affinché si possa approfondire l’argomento, con altre letture, viaggi e assaggi.

La falanghina costituisce l’ossatura della viticoltura in bianco della regione: la si ritrova cospicuamente rappresentata in tutte le province, indipendentemente dai disciplinari che ne regolano la produzione.

Nel casertano, oltre che vitigno principale della Doc Falerno del Massico Bianco, costituisce anche l’anima bianchista della piccola Doc Galluccio; della vitivinicoltura sannita la falanghina è traino storico, sia qualitativamente sia quantitativamente; nei Campi Flegrei si parla da sempre di falanghina di biotipo flegreo, diverso da quello beneventano, addirittura – pare- ci si riferisca ad altro vitigno geneticamente parlando, diversità evidenziata già dalla forma del grappolo anche all’occhio di un non esperto. La falanghina la troviamo anche nel salernitano (in blend nella Doc Costa d’Amalfi) e in Irpinia a far da comparsa al fianco dei tenutari della tradizione bianchista avellinese (il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo).

Di seguito tre assaggi di falanghina campana: uno dal casertano, uno dal beneventano e uno dai Campi Flegrei in provincia di Napoli.

Masseria Felicia – Falerno del Massico Bianco Doc Anthologia 2018 | Provincia di Caserta
Più conosciuta per le interpretazioni di Falerno del Massico Rosso, a base aglianico e piedirosso, l’azienda di Maria Felicia Brini, propone anche due versioni in bianco a base falanghina. Una a Doc, l’Anthologia per il Falerno del Massico Bianco Doc, l’altra a Igt, la Sinopea per l’Igt Roccamonfina. Entrambe portano casualmente nel nome della denominazione la loro traccia distintiva. Più “solido” -il massiccio calcareo del Massico- il vino Anthologia, più “minerale” -il vulcano di Roccamonfina- il vino Sinopea.
L’annata 2018 dell’Anthologia è appena uscita e racconta di un vino sempre aromaticamente impetuoso per profumi di fiori bianchi carnosi (si arriva al gelsomino) e per note fruttate golose di pescanoce e susina gocciadoro. Solo all’assaggio, carnale anch’esso, mostra il suo sotterraneo tratto vegetale, che sfila con sapori di salvia e fieno che rinfrescano il finale persistente e ancora dallo schietto sapore fruttato.

Mustilli – Falanghina del Sannio Sant’Agata dei Goti Doc Vigna Segreta 2017 | Provincia di Benevento
Un classico bianco italiano centro-meridionale nella migliore accezione possibile: cioè un vino con fortissima enfasi sulla sapidità, sulla trasparenza e sull’intensità delle sensazioni tattili, generosamente dotato di estratto e materia ma puro come un diamante nell’espressione, e persino austero, severo. Un vino chiaramente meditato, voluto così, eppure spontaneo e credibile. Traslato nel suo terroir è certamente una ipotesi di minoranza di falanghina sannita, di solito assai più soave e dai profumi dolci, ma è l’ipotesi da incoraggiare, perché comunica un senso di classica bellezza senza rinunciare né all’energia né all’originalità. Leonardo Mustilli, il primo a credere fattivamente in questa varietà ormai più di quarant’anni fa, ne sarebbe stato fiero.

Cantine Astroni – Campi Flegrei Falanghina Doc Colle Imperatrice 2018 | Provincia di Napoli
Da una vigna che ormai ha diciotto anni arriva il Colle Imperatrice, che nelle intenzioni di Gerardo Vernazzaro dovrebbe rappresentare una idea fedele del vino bianco dei Campi Flegrei. Tre ettari di falanghina dedicati a questo vino di singola vigna, dirimpettaia a quella che invece dà vita al Vigna Astroni. Lavorazione in solo acciaio, con una parte di fermentazione fatta partire spontaneamente; si vuole un vino agile e disponibile che conservi più freschezza possibile, non si fa quindi partire la fermentazione malolattica; sosta in acciaio per pochi mesi prima dell’imbottigliamento. Da una annata fresca arriva questo bianco sempre abbastanza tenue nel suo colore dorato. Tensione olfattiva raccontata da fiori di campo e frutta bianca croccante, rifinito da sentori di agrumi, soprattutto buccia di arancia, e ancora qualcosa di verde che ricorda timo e maggiorana. Un vino di grande tensione anche al gusto, che mostra pienezza e succosità con ritorni di frutta gelatinosa (litchi e ribes bianco) e una leggera sigla ammandorlata nel finale. Chiude lasciando un ricordo di sé incredibilmente fresco.

 

Monica Coluccia, classe ’74, pugliese di nascita, romana di adozione e formazione universitaria, è sommelier dal 2004 e ha collaborato per circa dieci anni alla realizzazione degli eventi del vino nella Capitale e alla redazione di riviste e guide di settore di diffusione nazionale (Duemilavini, Bibenda, AIS-Vitae, L’Espresso, Le Migliori 99 Maison di Champagne). Dal 2014 presta l’esperienza acquisita alla comunicazione del vino in contesti professionali con seminari di degustazione in tutta Italia, potendo offrire una profonda conoscenza dei territori vitivinicoli italiani e internazionali. Laicamente curiosa di tutte le espressioni del vino, ne predilige tuttavia i valori di misura, classicità e attendibilità territoriale. Scrive per gli appassionati del vino su vinotype.it, intralcio.it e newsby.it

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