Ci sono scelte che sembrano piccole quando nascono e diventano grandi quando resistono.
Nel 1982, tra le colline delle Langhe, una giovane donna decide di coltivare la vite senza chimica, quando il biologico non è una tendenza ma soltanto l’ostinazione di rari pionieri, non più di una decina in tutta Italia. Nelle vigne della zona la guardano come una visionaria, qualcuno la etichetta persino come la “pazza del bio”. In quel mondo del vino, ancora saldamente maschile, è sola: senza alcuna figura maschile a farle da scudo. Solo una convinzione irremovibile e l’esempio di una nonna contadina, che oggi ricorda come una figura speciale e che le aveva consegnato l’insegnamento più prezioso: la terra non si domina, si ascolta.
Quella scelta, difesa contro il mercato e contro la diffidenza dei colleghi e perfino della famiglia, diventa nel tempo una delle storie più coerenti del vino italiano. Marina Marcarino, produttrice di Barbaresco con la sua azienda Punset, è stata tra le prime in Italia a certificare il biologico, la prima in assoluto in Piemonte, e oggi è presidente di Albeisa, il consorzio che custodisce la bottiglia simbolo delle Langhe. La sua voce, spesso scomoda e controcorrente, parla di sostenibilità, tradizione e futuro con la stessa franchezza con cui si parla in vigna. L’abbiamo intervistata.
Partiamo dagli inizi. Lei viene da una famiglia del vino oppure è stata una scelta autonoma?
Diciamo al cinquanta per cento. La mia famiglia possiede questa proprietà da moltissimo tempo, io sono la quarta generazione e ho sempre frequentato le vigne. Però il vino era più un hobby di famiglia, legato alle relazioni e al piacere di farlo, mentre l’attività principale era un’altra. Negli anni Sessanta la produzione è cresciuta e si è dovuto formalizzare tutto. Io sono nata in quel periodo e ho trascorso moltissimo tempo con mia nonna, che gestiva i vigneti e la cantina. Ai miei occhi era come stare accanto a Wonder Woman. Con lei ho imparato ad amare la campagna. È stata la mia mentore e ha acceso il mio sogno definitivo: lavorare la terra.
Quando nasce la scelta del biologico?
Nel 1982. Era una scelta quasi egoistica: volevo a tutti i costi lavorare in campagna ma senza avvelenarmi con prodotti molto tossici, che allora erano usati normalmente. C’erano stati episodi di intossicazione nella zona. Ecco, pensavo si potesse fare viticoltura senza quei veleni e ho iniziato questo percorso. All’inizio è stato difficile.
Era isolata, la chiamavano la “pazza del biologico”.
Sì, perché in tutta Italia, all’epoca, eravamo cinque o sei produttori biologici. Tra noi comunicavamo, ma fuori eravamo guardati come personaggi strani, quasi hippie. Inoltre ero giovane, donna, in un mondo maschile, senza una figura maschile accanto che rappresentasse l’azienda. Il “condottiero” era una femmina, e questo pesava.
E questa ostilità l’ha ferita o l’ha aiutata a definire la sua visione del vino?
È stata una sfida. Io sono abbastanza incurante dei giudizi degli altri. Mi arrabbiavo più per l’atteggiamento verso le donne che per il pregiudizio sul biologico. Ricordo una fiera a Torino nei primi anni Novanta: avevo esposto bottiglie con l’etichetta bio e la gente non le assaggiava per principio. Sono andata in bagno, ho tolto la retroetichetta e solo così sono riuscita a far degustare il vino. Anche alcuni giornalisti partivano dal preconcetto che il vino biologico “puzzasse”. Però se sei convinto e lavori bene, nel lungo periodo vieni ripagato.
Come descriverebbe oggi il suo Barbaresco?
Un vino sincero, espressivo del territorio, che profuma di Langa e di Barbaresco. Non segue le mode, ma la tradizione. Nella mia azienda non trovi né lusso, né design, né tecnologie d’avanguardia. Ma solo concretezza. Perché la cantina per me è un luogo di lavoro, non un salotto. La cosa più importante è portare le persone in vigna, spiegare la geologia, la potatura, il territorio. Il rapporto diretto con il produttore non si trova in nessun libro.
Questo tempo dedicato alle persone è parte del suo lavoro. Ed è un tempo il cui valore non è quantificabile in termini economici, ma senza questo al suo vino mancherebbe la cosa più importante, la storia e l’energia di chi c’è dietro…
È la parte più bella: dialogare con il consumatore. Quando accolgo qualcuno lo seguo personalmente, anche per due o tre ore. Non c’è relazione tra tempo speso e ritorno economico. È un dare.
Parliamo del suo Barbaresco e della scelta controcorrente di allungare gli affinamenti molto oltre i tempi del disciplinare. In commercio troviamo oggi bottiglie del 2023 e riserve del 2021, mentre lei è uscita con le annate del 2018 col Basarin e addirittura del 2016 con il Campo Quadro. Quasi un decennio di attesa tra vendemmia e apertura…
Io faccio solo riserve. Il consumatore spesso compra il vino per berlo subito, ma il nebbiolo ha una grande capacità di invecchiamento. Per rispettarla servono estrazioni più importanti e affinamenti lunghi. Ho fatto questa scelta negli anni Novanta. All’inizio pensavano che non riuscissi a vendere, oggi è diventata una caratteristica riconosciuta.
Il cambiamento climatico cosa ha modificato nel lavoro?
Dal 2007 abbiamo iniziato a lavorare sul fresco: più foglie, meno sfemminellature, piante più basse. Dopo una grandinata nel 2018 abbiamo installato reti protettive. Il problema non è solo il caldo estivo ma gli inverni troppo miti. Le lavorazioni si concentrano in tempi brevi e gli eventi estremi sono più frequenti.
Di questo passo non c’è rischio che il nebbiolo, l’uva del Barbaresco, non si trovi più bene nelle Langhe?
No. La vite ha una grande capacità di adattamento. È la viticoltura che deve diventare più attenta e meno “industriale”.
Da presidente del consorzio Albeisa si è esposta in modo piuttosto energico sul tema delle manifestazioni per promuovere le Langhe, come l’evento Grandi Langhe alle OGR. Cosa c’è che non va?
Noi facciamo Nebbiolo Prima. E lo dico chiaramente: non ha senso moltiplicare eventi a raffica, perché così si crea solo confusione e si finisce per pestarsi i piedi. Ognuno deve stare nel proprio ruolo. Io ho semplicemente rivendicato quello che Albeisa fa da 30 anni: un appuntamento molto qualitativo, che molti giornalisti considerano tra i migliori al mondo per organizzazione e serietà. Proprio per evitare caos lo abbiamo anche ridimensionato e ristrutturato, creando due format: Nebbiolo Prima Academy, per giornalisti internazionali che devono conoscere davvero il nebbiolo, con degustazioni fino a 500 campioni, seminari con grandi esperti come Anna Schneider e prove in vigna, e una parte più libera per i giornalisti “storici”, che il nebbiolo lo seguono da anni.
Albeisa non gestisce denominazioni né fa promozione globale: il nostro focus è lavorare con la stampa come servizio al territorio, anche per chi non è socio. La polemica nasce quando qualcuno pensa di “spostare i giornalisti” come pedine da un evento all’altro: noi sappiamo già che per raccontare queste denominazioni serve contesto, metodo e profondità, non un calendario infinito.
Come presidente di Albeisa ha poi spinto molto sulla sostenibilità della bottiglia.
Abbiamo introdotto la bottiglia Albeisa superleggera da 400 grammi e usiamo almeno l’80 per cento di vetro riciclato. È un passo importante. Il recupero delle bottiglie invece, per ora, avrebbe un impatto ambientale maggiore della produzione.
Cosa si aspetta per il futuro?
Cosa mi aspetto dal futuro? Ormai niente, perché il futuro è diventato una sorpresa continua: lo vedi ogni giorno. Oggi fare pronostici è difficilissimo. Quello che mi dispiace di più riguarda i giovani: noi, nel bene e nel male, potevamo essere combattivi o meno, rivoluzionari o conservatori, ma avevamo comunque alcune certezze. Oggi, invece, mi sembra che quelle certezze siano sempre meno.
I giovani, appunto. Il vino sembra interessare poco le nuove generazioni, al punto che per catturarne l’attenzione si è aperta la strada dei dealcolati. Come si fa a recuperare quelli che sono i consumatori del futuro?
Oggi è difficile fare previsioni. Ho un figlio di 27 anni (Celo, produttore e compositore musicale per artisti come Rkomi, Alpha, Nigiotti, Ernia o Elettra Lamborghini, ndr), quindi il mondo dei giovani lo conosco abbastanza da vicino. È incredibile quanto siano attratti dagli spirits: gin, Negroni, Margarita e compagnia, e quanto poco invece dal vino. Non voglio fare figli e figliastri, ma è evidente che l’alcol da fermentazione e quello da distillazione hanno caratteristiche diverse, anche in termini di tossicità. Il nodo, secondo me, è l’informazione. Lo si è visto benissimo con come è stata comunicata la normativa sulla guida in stato di ebbrezza: l’esempio che passava era “un bicchiere di vino”, quando in realtà i problemi maggiori arrivano spesso da altri consumi e da altri comportamenti. Se continuiamo a diseducare i ragazzi, poi non stupiamoci. Io sono cresciuta con mio nonno che ci dava “tre dita” di vino già da bambini, a cinque anni: diceva che fa parte del pasto, che bisogna assaggiarlo e avere consapevolezza. Io non mi sono mai ubriacata, e mio figlio, cresciuto con questa impostazione, difficilmente si è ubriacato di vino. Forse una strada è proprio tornare a un’educazione alimentare più corretta, ricordandoci che il vino, nel bene e nel male, è una risorsa importante del nostro Paese.
Massimo Cerofolini
La Cantina Punset si trova a Neive, nel cuore delle Langhe piemontesi, su una collina che si affaccia sul capoluogo. Il nome “punset”, ha origini antiche, letteralmente sinifica “bella collina o punta”.
l’Azienda produce i vini rossi Barbaresco DOCG Riserva Basarin, Barbaresco DOCG San Cristoforo Riserva vigna Campo Quadro, Barbera d’Alba DOC, Neh! Langhe DOC Rosso, Dolcetto d’Alba DOC Superiore, Langhe DOC Nebbiolo, e i bianchi Ne’? Langhe DOC Bianco, Langhe DOC Arneis.
Cantina Punset
Via Zocco 2, Neive (CN)
Tel. +39 0173 67072
email: punset@punset.com

Massimo Cerofolini
Autore e conduttore su Radio 1 Rai del programma Eta Beta sull'innovazione e le nuove tecnologie, inviato su Rai1 per il programma televisivo Codice, coconduttore del podcast Codice Beta e autore di altri podcast su RaiPlaysound. In passato ha lavorato a Paese Sera, L'Espresso, Agenzia Ansa, Tg3 e Gr3. Si occupa anche di cibo per Radio Rai, dove ha lavorato per programmi come Dal piatto alla tavola, La terra e Mary Pop. E' sommelier Ais dal 2007.





