Piero Ballario: il terroir di Monforte d’Alba nei vini di Amalia Cascina in Langa / Per chi l’avesse perso

Piero Ballario

Piero Ballario è il consulente enologo di Amalia Cascina in Langa. Ha un’esperienza professionale di oltre 35 anni, anche molto radicata sul territorio piemontese, e una sensibilità che gli consente di modulare l’applicazione delle sue conoscenze in sintonia con le esigenze dei vignaioli che decidono di confrontarsi con lui.

Qual è il suo rapporto con la produzione dei vini di Amalia Cascina in Langa, e quindi del territorio di Monforte d’Alba?

Amalia è inserita in un sito viticolo pregiato, molto pregiato. Si trova nel cuore della produzione del Barolo, in una delle posizioni dalle quali emergono i vini più longevi. Pagano un po’ questa prerogativa con la caratteristica di essere, in gioventù, un po’ più spigolosi rispetto a quelli di altre zone, da cui provengono spesso vini più esili o più equilibrati e pronti prima. Ma se parliamo di Barolo di grande longevità andiamo per forza nel comune di Monforte.

Qual è il suo approccio professionale con la cantina Amalia?

La gestione viticola è seguita da Giampiero Romana, un agronomo bravo. Dal mio punto di vista, quello enologico, non faccio altro che esaltare le caratteristiche qualitative dell’uva che abbiamo a disposizione in vigna, con tecniche di vinificazione che portano ad estrarre il più possibile dalle bucce, senza stravolgere le caratteristiche tipiche del prodotto.

Qual è la sua tecnica?

Operiamo con tecniche molto tradizionali, quindi con macerazioni molto lunghe sulle bucce, una maturazione in legno che serve a stabilizzare le sostanze che abbiamo estratto dalla buccia -i polifenoli, il colore, gli aromi- e poi con il successivo affinamento in bottiglia.

Quello che conta è l’equilibrio che si riesce a dare al vino prodotto da quel territorio con gli strumenti di cantina. Nessun uso di prodotti che livellino il vino, che lo standardizzino. Cerchiamo di fare in collaborazione con Paolo Boffa il vino che vuole ottenere lui.

Quindi una filosofia non interventista?

In una azienda vitivinicola a conduzione familiare, chi ci lavora è soprattutto il titolare. Fa le sue scelte in base alla sua esperienza e alle sue esigenze sia pratiche, ma anche emotive. E io, come consulente, preferisco lavorare con questo tipo di aziende.

Con Amalia, il mio ruolo è quello di interpretare la volontà di Paolo e di aiutarlo a ottenere il vino che lui vuole produrre. Io sono convinto che il segreto di un buon consulente sia capire bene cosa desidera il vignaiolo e controllare con discrezione che venga mantenuta sempre quella linea. Tenerlo sulla strada giusta, insomma, prevenire eventuali errori, presentare al produttore una gamma di alternative possibili, lasciandogli la possibilità concreta di produrre il vino che desidera. E questo con Paolo accade, perché ha ben chiaro cosa vuole e per me risulta quindi semplice stargli accanto con il mio lavoro.

Qual è, dal suo punto di vista, la filosofia dei vini di Amalia?

Paolo vuole produrre un vino in cui non ci sia manipolazione, ovviamente nel rispetto della qualità della produzione di un vino adatto ad essere poi immesso sul mercato, rispettoso dei canoni stabiliti sia storicamente sia per legge. Ha il polso completo del vigneto e della cantina. Occupandosi direttamente e personalmente dei lavori di cantina sa apprezzare le scelte fatte e valutarne gli effetti positivi. Con la mia supervisione, certo. Ma è lui che decide e che lavora per ottenere vini che vadano nella direzione della tradizione, che non si devono distinguere perché hanno seguìto percorsi fantasiosi, ma per il fatto che arrivano da quel vigneto specifico che si esprimerà con le caratteristiche che vengono trasmesse da quel particolare terreno, da quell’esposizione, e dalla memoria storica del luogo.

Pubblicato il 12 settembre 2018