Tenuta di Fiorano, nobiltà tra i vini di Roma / su L’Assaggiatore

Tenuta di Fiorano

Da L’Assaggiatore, Anno XXXIX – Numero 13 – Marzo 2019 – pag. 92, “Tenuta di Fiorano, nobiltà tra i vini di Roma”, articolo a firma Giulia Filippetti

“Tra il profilo della cupola di San Pietro e l’ombra del vulcano laziale, in quella che Stendhal definì «questa immensa solitudine che circonda Roma», si trova la tenuta di Fiorano, oggi condotta dal principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi. Varcato l’ingresso del numero 19 di via di Fioranello, si ha la netta sensazione di avere accesso a una dimensione in cui svanisce ogni traccia dell’odierna “società liquida” che tanto si frappone tra l’uomo e la natura a cui appartiene. Proseguendo per alcuni chilometri lungo una scura strada sterrata, circondati da campi dove le pecore pascolano indisturbate, qua e là si intravedono vecchi casali, testimonianze della storica vocazione agricola del luogo. Sarebbe ingiusto dire che a Fiorano il tempo si è fermato. Non è così. L’aspetto intatto e originario della tenuta è il risultato di un percorso di fedeltà e coerenza con un inesauribile lavoro di conoscenza e comprensione di questa terra e del suo potenziale. Da generazioni Fiorano appartiene a una delle più longeve famiglie della nobiltà romana, i Boncompagni Ludovisi, casato che ha dato i natali a italiani illustri: Ugo Boncompagni ovvero Papa Gregorio XIII, promotore della riforma del calendario, Alessandro Ludovisi divenuto Papa Gregorio XV, propulsore della missione di evangelizzazione cristiana, e ancora Francesco Boncompagni Ludovisi, governatore di Roma dal 1928 al 1935. Ma la leggenda del vino di Fiorano appartiene ad altri due componenti della famiglia: Alberico e Alessandrojacopo. Alberico Boncompagni Ludovisi, principe di Venosa, ha vissuto con profondo amore il contatto con questa terra in cui, a piccoli passi, ha saputo dar vita a un progetto enologico rivoluzionario per il suo tempo. Iniziò dallo studio di quel terreno vulcanico, scuro e ricco di minerali che rendono la superficie scintillante al tocco del sole. Valutò attentamente il ruolo dei venti che dal mare, distante solo una trentina di chilometri, spiravano nei diversi appezzamenti della proprietà. Imparò a distinguere le sfumature della composizione del suolo attraverso le piante che spontaneamente vi crescevano. La conoscenza acquisita anno dopo anno, mise in circolo creatività e desiderio di sperimentare in questo ambiente così favorevole all’attività agricola. Con la prima consulenza dell’enologo Giuseppe Palieri, nel corso degli anni ’40 del secolo scorso, piantò le prime barbatelle di Cabernet sauvignon, Merlot, Malvasia di Candia e Sémillon. Alla morte di Palieri, l’esperienza di Alberico si arricchì della consulenza di Tancredi Biondi Santi. Negli anni ’60 Luigi Veronelli, di passaggio da queste parti, alla vista dei vigneti modificò il suo tragitto e si fermò a Fiorano. Dall’incontro con Alberico scaturì una profonda amicizia, coltivata con stima reciproca e passioni condivise. Veronelli definì il bianco di Fiorano dotato di «stoffa elegante e sostenuta» e comprese subito il progresso evolutivo che il tempo avrebbe concesso al Fiorano rosso. I ristoratori romani cominciavano a conoscere questi vini e si recavano personalmente alla tenuta per acquistarli, attendevano in una stanza che il vino fosse etichettato e pronto per lasciare la cantina. Alberico sentiva avvicinarsi il momento in cui non avrebbe più potuto seguire personalmente le sue vigne, nel 1998 decise così di espiantarle. In quegli anni si intensificò la frequentazione con suo cugino Paolo e con il figlio Alessandrojacopo, entrambi profondamente affezionati alla tenuta e che molto si adoperarono per la sua ristrutturazione. Paolo, appassionato di botanica, vi mise a dimora piante rare riportate nel corso dei suoi viaggi, mentre nel giovane Alessandrojacopo cresceva ferma la volontà di riportare in vita il vino di Fiorano. Alberico aveva trovato il suo successore, aveva percepito in lui il lume della passione e di quel talento su cui il destino di Fiorano avrebbe potuto continuare a prosperare e crescere. Mostrandoci i vigneti, il Principe Alessandrojacopo ci regala i ricordi di questo prezioso percorso umano e professionale fatto insieme ad Alberico, sotto la cui direzione mise nuovamente a dimora Cabernet sauvignon e Merlot e introdusse Grechetto e Viognier. Da lui apprese ogni cosa, sapeva che nessuno meglio di lui conosceva quella terra al punto da poter fare le sue scelte al di là dei dettami dell’agricoltura tradizionale. Alberico consegnò al suo appassionato discepolo l’archivio contenente tutti i suoi studi e la corrispondenza con quegli uomini che avevano reso Fiorano un vino unico e irripetibile. Lo guidava e lo lasciava scegliere, e quando assaggiò le prime bottiglie prodotte da Alessandojacopo, lo incoraggiò a proseguire in questa direzione. La salute costrinse Alberico a ritirarsi definitivamente in città, ma con un contatto telefonico quotidiano continuava il suo passaggio di consegne affinché il Principe fosse pronto per muoversi con disinvoltura in ogni ambito della gestione aziendale. Attraverso di lui vedeva realizzato il suo progetto, continuava a vivere quel luogo e a sentire che la terra generosa aveva risposto e continuava a rispondere a tante cure e attenzioni. Fiorano conta oggi circa 200 ettari, di cui solo 12 vitati in produzione e 4 che saranno pronti nei prossimi anni, gli altri terreni ospitano seminativi, pascoli e oliveti. La conduzione è ancora oggi biologica e questo consente di preservare biodiversità nell’ambiente ed equilibrio nei suoli, elementi fondamentali che contribuiscono alla grandezza di questi vini. Con la consulenza dell’enologo Lorenzo Costantini si producono quattro etichette: il Fioranello, bianco e rosso, concepito per essere piacevole e vitale, spesso erroneamente segnalato come fratello minore dello storico e imponente Fiorano, anch’esso sia bianco che rosso. Le uve vengono raccolte a mano e vinificate insieme, in acciaio per il Fioranello e in tini di legno troncoconici per il Fiorano, tutto si svolge nella semplice ed efficiente cantina. Al termine della fermentazione il vino viene convogliato per caduta in grandi botti di rovere di Slavonia dove maturerà per due anni e mezzo prima di essere imbottigliato. Riposerà ancora per circa due anni per poi abbandonare le mura tufacee della cantina storica, luogo riservato a cui non è consentito accedere. Comprendiamo questa scelta, dalle parole del principe Alessandrojacopo percepiamo che Alberico doveva essere un uomo altrettanto riservato, fedele ai suoi valori e illuminato da una grande cultura. Illuminanti e poliedrici sono in fondo anche i vini di Fiorano, nati non solo dall’intuito e dalla tenacia di Alberico, ma anche dalla visione innovativa di Alessandrojacopo che in questa epoca di grandi cambiamenti tecnologici, ha invece dimostrato come la via della coerenza con le proprie radici possa ancora condurre alla raccolta di grappoli eccellenti. [..]”

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