Fiorano in pillole con Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi

Fiorano

La storia di Fiorano dal 1940 ad oggi nel racconto del Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi, ripreso da Andrea Gori:

 

“L’azienda è stata fin dagli anni ’40 un’azienda biologica, quando all’epoca di biologico si parlava ancora poco o niente. C’era da parte di mio zio, il Principe Alberico Boncompagni Ludovisi, veramente un forte legame con la terra, un vero rispetto per la terra. Lui la conduceva, la voleva sempre condurre sempre in modo biologico perché così era il suo pensiero e così ha continuato a coltivarla. Anche io ho continuato con il biologico e abbiamo tutte le autorizzazioni che bisogna avere per farlo [..] abbiamo anche un pascolo importante che comunque ogni anno cambia a rotazione posizione nei vari terreni e di conseguenza concimo i vari terreni in maniera naturale, come nel passato, [..] faccio il possibile per mantenere la stessa filosofia [..]. Sono passati gli anni, siamo nel 2000, qualche accorgimento di modernità ci deve essere un minimo [..]”.

“[..] mio zio Alberico fu uno dei primi ad avere importato dei vitigni internazionali in Italia. Già alla fine degli anni ’40 aveva iniziato a produrre il vino di Fiorano [..], fu tra i primi ad importare Cabernet Sauvignon e Merlot. All’epoca [..] a Roma e in Italia c’erano solo vitigni della zona [..] e fu un cambiamento importante”.

“[..] lungo il corso degli anni [..] tante persone importanti, comunque esperti, hanno dato dei grossi consigli, dei grossi aiuti a Fiorano e alla Tenuta di Fiorano. Agli inizi Tancredi Biondi Santi fu la persona che per tanti anni ha seguito e ha dato consigli a mio zio Alberico nella conduzione e nella produzione del vino [..]”.

“[..] quando arrivò il momento di dover reimpiantare e stavamo insieme con zio vedendo cosa, come, dove e le cose tecniche, mi disse: Vai in amministrazione, fatti dare tutto l’archivio del vino, leggitelo per tre, quattro giorni e una volta che hai letto tutto ne riparliamo. [..] In tutti gli incartamenti trovi dalle note semplici [..] alle note tecniche [..] di sopralluoghi in cantina [..] e di cambiamenti climatici”.

“[..] dopo Tancredi, altra persona importante che è stata in legame molto stretto con mio zio Alberico e con Fiorano è stato Veronelli. Veronelli per tanti anni venne a Fiorano, forse fu uno dei primi che diede una grossa spinta nella comunicazione sia in Italia che all’estero, scrivendo articoli [..]. Varie volte fu detto che lui riteneva il Fiorano uno dei vini italiani più buoni [..] sia i rossi sia i bianchi [..] in diversi momenti hanno avuto una loro importanza e un dignitoso successo [..] il Fiorano Rosso era Cabernet Sauvignon e Merlot e continua ad esserlo [..] per il Bianco ce n’erano due tipi, Bianco da Sémillon e Bianco da Malvasia, e anche loro ebbero un grande successo [..]”.

Il mito si basa su una “[..] piccola produzione, all’epoca erano poco più di due ettari di vigneto, poche migliaia di bottiglie, poi mio zio di base faceva il vino per lui [..] piano piano qualcuno se voleva le bottiglie, chiamava e veniva a comprare il vino in azienda [..] divenne poi negli anni molto richiesto in Italia e anche all’estero [..] ed ebbe enorme successo [..]”.

Da dove nasce il mito del Fiorano secondo Rosanna Ferraro, anche lei ripresa da Andrea Gori:
Il mito nasce probabilmente dal fatto che si trattasse di una quantità irrisoria di vino e le bottiglie erano difficilmente rintracciabili, però con una fama straordinaria. Ad esempio il Sémillon Bianco aveva una fama che lo precedeva di gran lunga poiché si trattava di un vino prodotto nella campagna romana, in cui nonostante le caratteristiche di un terreno straordinario nessuno era riuscito a fare dei vini di grandissimo successo. Era quindi un vino che arrivava da un territorio sottovalutato e che invece riusciva a stupire per la sua straordinaria capacità di invecchiamento. Un vino che si è iniziato a conoscere grazie agli assaggi di annate vecchie che diede il là alla ricerca spasmodica da parte degli appassionati e di ristoratori capaci e illuminati a partire dalla fine degli anni ’60, ricerca che continua ancora oggi.


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