La longevità del Fiorano Bianco: un enigma da indagare

Fiorano Bianco

L’esperienza di assaggio sul Fiorano Bianco della Tenuta di Fiorano regala da sempre grandi emozioni agli appassionati di questa etichetta. I successi degli ultimi millesimi di Fiorano Bianco, blend di grechetto e viognier, prodotti dal Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi, dal 2010 al 2013 (è appena uscito il 2014), stanno perpetuando quello che è considerato dalla critica di settore un vero e proprio enigma del vino che si produce nei terreni vulcanici e “genuini” della sua Tenuta di Fiorano alle pendici dei Colli Albani.

Riportiamo a titolo di cronaca il parere sul Fiorano Bianco di Armando Castagno, giornalista e scrittore, uno dei massimi esperti della storia di questo vino, estratto dal suo articolo “Fiorano, memorie e girandole”, apparso su Vitae, rivista dell’Associazione Italiana Sommelier, nel settembre 2014.

“[..] il vero enigma legato al Fiorano è nell’esito dell’assaggio di questi vini a distanza di decenni: si tratta, apparentemente, di liquidi immortali, o giù di lì. […] ci è accaduto di provare non meno di cinquanta volte i Fiorano Bianco e Sémillon di millesimi a partire dal 1962  fino al 1994 senza trovare che tre o quattro bottiglie preda dell’ossidazione, tutte del Bianco e nessuna precedente al 1990. Eppure, sulle modalità di custodia di queste bottiglie non avremmo pressoché mai potuto giurare; la sorte di questi vini nel tempo era per di più affidata dall’azienda a fattori a dire poco precari: le vinificazioni erano effettuate in un locale aggredito dai licheni in botti mai pulite internamente o esternamente per quasi sessant’anni; le solfitazioni erano operate, si direbbe, per onor di firma, con un disco di zolfo appeso a un filo di ferro sterilizzato a fuoco e posto come in infusione nelle botti; si imbottigliava in vetri sottilissimi, appena colorati di verde chiaro; ci si affidava per le chiusure a tappi da 35 millimetri, per almeno il 90% destinati (col senno di poi) a dividersi in due a 2/3 di profondità al momento della stappatura, e a capsule di modesta qualità adese ai colli in modo rugoso e imperfetto. [..] Vi è poi l’aura di mistero che circonda la cantina di conservazione dei vini, che abbiamo sempre immaginato come una sorta di catacomba ipogea di tufo, buia e fredda, ma che è rimasta chiusa pressoché a tutti e da sempre [..]”.

Oggi ci ritroviamo nelle stesse condizioni di vigna, di conduzione agronomica e di pratiche di cantina, sebbene i vitigni siano cambiati. I risultati degli assaggi dei nuovi millesimi del Fiorano Bianco stanno già dimostrando chiaramente che la strada indicata dal Principe Alberico al cugino Alessandrojacopo era quella giusta.

Fu proprio Alberico che suggerì ad Alessandrojacopo di impiantare grechetto e viognier al posto di sémillon e malvasia; due diversi vitigni che ipotizzò potessero essere ideali per affrontare le mutate condizioni climatiche che lui stesso andava via via registrando nella sua esperienza di vignaiolo e che reputò tali da assicurare al Fiorano Bianco la stessa capacità di invecchiamento e la stessa “capacità di lettura” del terroir di provenienza.

L’interazione tra grechetto e viognier e giacitura delle vigne si sta rivelando, con il passare del tempo in bottiglia, via via sempre più virtuosa, e la prospettiva del Principe Alberico, condivisa da Alessandrojacopo, di garantire un Fiorano Bianco sempre uguale a sé stesso ed esclusiva interpretazione del terroir delle pendici vulcaniche dei Colli Albani, irriproducibile in tutto e per tutto, sta prendendo progressivamente forma.
Possiamo quindi con una certa sicurezza dedurre che la soluzione dell’enigma sulle caratteristiche peculiari e sulla longevità del Fiorano Bianco risieda principalmente nel suo straordinario territorio di provenienza.


[SCARICA L'ARTICOLO IN PDF]