Carbonara ed Eremo Tuscolano: non ce n’è per nessuno

Carbonara

Carbonara, piatto di Roma, ed Eremo Tuscolano, vino che guarda la Caput Mundi: sintesi del gusto verace del popolo.

Pasta lunga o corta, spaghetti o rigatoni, ad ognuno il suo formato, come ad ognuno il suo Frascati.

Che la si voglia mangiare in ricordo della liberazione angloamericana, se con la pancetta, dei carbonari appenninici, se con il guanciale, o per nostalgia dello stile napoletano di mantecatura (queste le origini dibattute) poco importa: il ricordo della carbonara dev’esser unicamente legato al piacere del palato.

Non c’è piatto che abbia origine più incerta così come incerta la sua riuscita; si gioca alla roulette russa, un colpo solo per godere e fare bella figura: che quando il guanciale è soffritto, la pasta al dente e l’uovo, il pepe e il pecorino ben amalgamati tra loro a mantecare (niente olio, ahivoi!), il ricordo della frittata dev’essere lontanissimo.

E il dolce, e il grasso, e il saporito della carbonara “chiamano” la dolcezza aromatica delle malvasie, il retaggio rustico dei trebbiani e la tessitura salina del gusto, rintracciabile solo se si è dinanzi ad un vino figlio di madre vulcanica.

E’ così che la pasta alla Carbonara trascina a sé l’Eremo Tuscolano: un vino d’origine certa che combina fatalmente la sua forza aromatica e il suo radicamento territoriale con uno dei piatti più famosi della cucina romana.


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